Dalla costruzione del team italiano alla sfida di diventare un costruttore sempre più europeo. Alessandro Grosso, Country Manager di BYD Italia, racconta una realtà cresciuta puntando su velocità, responsabilità e tecnologia, e spiega perché l’automotive sta vivendo una delle sue trasformazioni più profonde
In poco meno di due anni BYD Italia è passata da una ventina a oltre 70 persone. Una crescita straordinaria che accompagna lo sviluppo di un colosso tecnologico capace di contare più di 122mila ingegneri nel mondo e investire miliardi in ricerca e sviluppo. Con Alessandro Grosso,
Country Manager di BYD e Denza Italia, parliamo di persone, cultura aziendale basata su responsabilità e velocità di esecuzione, e delle sfide per diventare un costruttore sempre più europeo. Un dialogo approfondito per comprendere perché l’automotive sta vivendo una profonda rivoluzione e come l’automobile sia destinata a trasformarsi in un nodo centrale di un più ampio ecosistema tecnologico ed energetico.
Entrare in un mercato nuovo significa anche costruire un team da zero. Qual è stata la prima qualità che ha cercato nelle persone del team BYD Italia?

«La voglia di mettersi in gioco. A fine settembre 2024 eravamo una ventina, oggi siamo oltre 70. Non c’erano strutture o processi da ereditare: dalla rete vendita all’after sales, dal marketing alla logistica, era tutto da costruire. Ho cercato esperienza nel settore, ma soprattutto persone capaci di prendersi la responsabilità di decidere, sbagliare, correggere e ripartire. Una mentalità più vicina a quella di una start up che alla filiale di un grande gruppo industriale».
In Europa BYD è una realtà ancora relativamente giovane. Qual è il luogo comune che vi trovate più spesso a dover smentire?
«Che i costruttori cinesi vendano prodotti di scarsa qualità. È un pregiudizio vecchio. BYD è una tech company con oltre 122mila ingegneri nel mondo, che ha scelto anche l’automotive come terreno di applicazione. Vogliamo diventare un costruttore europeo: avremo produzione a Szeged, in Ungheria; mentre, a Milano, il centro di design europeo e il digital hub del continente e, a Budapest, la struttura di sviluppo prodotto».
BYD nasce in Cina, ma oggi cresce in tutto il mondo. C’è un aspetto della cultura aziendale cinese che farebbe bene anche a molte aziende italiane? «La velocità di esecuzione unita alla responsabilità diretta sui problemi. Ogni giorno lavorativo depositiamo 45 brevetti. Ma non è la velocità in sé ciò che vale la pena importare: è la cultura del “ci mettiamo le mani”. Chi individua un problema si assume anche la responsabilità di risolverlo, senza aspettare che qualcun altro decida al suo posto. In molte aziende il tempo si perde non per mancanza di talento, ma per i troppi passaggi tra decisione e azione».
Se dovesse spiegare a un giovane perché oggi vale ancora la pena costruire una carriera nell’automotive, quale sarebbe il suo argomento più convincente?
«È uno dei pochi settori in cui puoi vedere un’idea diventare qualcosa che migliaia di persone toccano e vivono ogni giorno. Oggi, automotive significa elettrificazione, software, materiali sostenibili e intelligenza artificiale: non è più solo lamiera e motori. Puoi entrarci da ingegnere o da operaio, dal marketing alla logistica. A un giovane direi: “Se cerchi un settore che cambia sotto i tuoi piedi mentre lo vivi, difficilmente ne troverai uno più vivo di questo”».
Guardando ai prossimi dieci anni, qual è la trasformazione che cambierà più di tutte il modo di vivere l’automobile?
«L’automobile smetterà di essere un oggetto isolato e diventerà un nodo di un ecosistema energetico. Produzione, accumulo e ricarica dell’energia saranno sempre più integrati con la mobilità. Tra dieci anni la domanda non sarà più “quanto consuma la tua auto?”, ma “come si inserisce nel modo in cui produci e usi energia?”. La differenza la faranno tecnologia, scala industriale e presenza locale – ed è esattamente su questi tre fattori che stiamo lavorando. Solo nel 2025 abbiamo investito circa 7,7 miliardi di euro in R&D e oggi siamo presenti in oltre 112 Paesi».




