• 4 Dicembre 2022

Un piano nazionale di ampio respiro

 Un piano nazionale di ampio respiro

Tiziano Treu presidente CNEL

INTERVISTA A Tiziano Treu presidente CNEL

L’implementazione dei piani di ripresa post-pandemici è un’impresa enorme e richiede l’impegno puntuale di tutti gli attori coinvolti: i soggetti deputati ad erogare i finanziamenti e soprattutto imprese e finanza che concretamente realizzeranno i progetti

Presidente Treu, la crisi delle materie prime e quella energetica accelerate dalla guerra in Ucraina hanno riportato al centro del dibattito la questione sulla sostenibilità, che è tra le priorità del programma Next Generation EU.

«Il nostro Paese, con gli indicatori BES sviluppati da CNEL e Istat, è stato il precursore nelle politiche di sostenibilità, ma poi non ha saputo supportare le imprese nella loro adozione. Oggi dobbiamo recuperare e anche molto in fretta. Siamo ad un punto di non ritorno o si vira subito sulla sostenibilità oppure siamo destinati alla recessione. Serve un piano nazionale di ampio respiro, trasversale ai diversi settori sociali e dell’economia, che coinvolga le famiglie e le imprese, le istituzioni e le organizzazioni sociali».

Il PNRR può aiutare a tracciare la strada per un’Italia più sostenibile?

«Il PNRR rappresenta una grande opportunità per l’Italia per recuperare il gap con altri Paesi europei. La sostenibilità rappresenta un nuovo orizzonte, un cambiamento di paradigma che incide su tutte le strutture economiche e sociali esistenti e sul concetto stesso di crescita. Cambiano scenari, obiettivi e percorsi, e questo non riguarda solo le pubbliche amministrazioni ma anche finanza e aziende».

Quali sono i temi più urgenti su cui intervenire?

«Il lavoro, il welfare e le disuguaglianze. L’Italia è un Paese spaccato in quattro. Alla frattura storica Nord-Sud si è aggiunta, negli ultimi anni, quella tra le grandi aree metropolitane e le aree interne che comprendono territori fragili, distanti dai centri principali di offerta dei servizi essenziali e troppo spesso abbandonati a loro stessi. È fondamentale dare attuazione alla priorità trasversale del PNRR che individua tra gli obiettivi il recupero dei ritardi storici penalizzanti soprattutto le persone con disabilità, i giovani, le donne e il Sud.

Sul fronte del lavoro i temi più urgenti sono due: i contratti scaduti e i salari minimi. Dei 935 contratti del settore privato 558 sono scaduti al 31 maggio (59,7%). In questo momento oltre 6.362.037 lavoratori, pari al 47 per cento del totale dei lavorati censiti in Uniemens nel 2021 hanno il contratto scaduto. L’accordo sulla direttiva UE per il salario minimo è una buona notizia. Sono favorevole a una comune regola europea, e lo sono da molto tempo, perché i poveri sono cresciuti ma purtroppo sono cresciuti anche i poveri che lavorano. Una volta si pensava che i poveri fossero solo i disoccupati, adesso lavorare ed essere poveri è un paradosso intollerabile. Quindi, quella del salario minimo è una buona notizia. Speriamo che siano chiari anche i particolari perché non so cosa voglia dire ‘senza obbligo per legge’ di cui leggo sui giornali.

Poi, c’è il tema del welfare. La crisi pandemica prima, e più recentemente quella economica legata all’aumento delle materie prime e dell’energia, hanno aggravato non una, ma molte dimensioni delle diseguaglianze già esistenti nel Paese, non solo nel lavoro e nel reddito delle persone, ma nella salute e la mortalità, nella partecipazione scolastica e l’apprendimento, le relazioni sociali e le condizioni generali di vita.

La loro combinazione ne aggrava l’impatto anche perché molte di queste diseguaglianze si concentrano sulle stesse persone, gruppi sociali e aree geografiche, di solito quelli più fragili e meno protetti. C’è l’urgenza di rivedere l’impostazione complessiva del nostro welfare, per andare oltre l’assetto ricevuto dal passato, che è di tipo lavoristico categoriale, per procedere in direzione di un sistema di protezione e di promozione sociale universalistico».

Rispetto al passato com’è la situazione sulla sostenibilità?

«Rispetto ai 10 anni precedenti, il quadro per goal (obiettivi) mostra numerosi segnali positivi. In particolare, la percentuale di indicatori con variazione positiva risulta elevata (uguale o superiore al 70%) per il goal 2 (Fame zero), 4 (Istruzione di qualità), 7 (Energia pulita e accessibile), 9 (Industria, innovazione e infrastrutture), 12 (Consumo e produzione responsabili) e 17 (Partnership per gli SDG), mentre nel goal 1 (Povertà zero) si registra il livello più elevato di indicatori in peggioramento (60%). Le imprese che dichiarano di aver redatto bilanci e/o rendicontazioni ambientali e di sostenibilità, però, sono meno del 4%; ma la quota raggiunge il 30,8% se si considerano anche le grandi imprese, in molti casi soggette ad obblighi normativi.

Nel triennio 2016-2018, hanno acquisito certificazioni ambientali volontarie di prodotto o di processo il 12,4% delle imprese. Si tratta di una pratica nettamente più diffusa nelle grandi imprese (57%), e in quelle di medie dimensioni (39,1%), che non nelle piccole (19,0%) o nelle microimprese (9,7%). Solo il 2,5% delle imprese sono attente al benessere lavorativo nell’offrire un asilo nido aziendale a condizioni agevolate o gratuite».

Giuliano Bianucci

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