Sustainable Fashion Innovation Society, la piattaforma che unisce moda, innovazione e sostenibilità
Sustainable Fashion Innovation Society opera come piattaforma di confronto e progettazione strategica per il settore fashion, lifestyle e manifatturiero, con l’obiettivo di promuovere modelli di sviluppo più responsabili, innovativi e competitivi. L’organizzazione mette in relazione imprese, università, centri di ricerca, start up, investitori e istituzioni, favorendo percorsi condivisi su temi centrali per l’evoluzione del comparto: tracciabilità, circolarità, ecodesign, responsabilità sociale, nuove competenze e valorizzazione delle filiere.
In questa intervista, Valeria Mangani, Presidente della Sustainable Fashion Innovation Society, approfondisce la visione dell’organizzazione e il contributo che l’Italia può offrire alla costruzione di un modello globale di moda sostenibile, capace di coniugare qualità produttiva, bellezza, innovazione e responsabilità.
Sustainable Fashion Innovation Society nasce con l’obiettivo di favorire il dialogo tra sostenibilità, innovazione e industria creativa. Quali esigenze del settore vi hanno spinto a costruire questo progetto?
«C’è un momento in cui l’urgenza smette di essere un’opinione e diventa una responsabilità personale. Per me quel momento è arrivato osservando il settore più iconico che l’Italia abbia mai espresso, la moda, il design, la manifattura d’eccellenza, dibattersi tra due sponde opposte: da un lato la pressione crescente di un pianeta che chiedeva conto dei propri errori, dall’altro un sistema produttivo ancora privo degli strumenti culturali, relazionali e operativi per rispondere a quella chiamata.
Mancava un luogo neutro, autorevole, capace di tenere insieme linguaggi così diversi: quello dell’imprenditore, quello dello scienziato, quello del legislatore, quello dell’artista. SFIS nasce esattamente per colmare questo vuoto. Non come un’associazione di categoria nel senso tradizionale del termine, ma come una piattaforma sistemica di dialogo, un ecosistema vivente in cui industria, ricerca, finanza e istituzioni si incontrano per costruire insieme ciò che nessuno potrebbe costruire da solo. Oggi contiamo oltre 2.300 aziende e brand internazionali, attivi in 47 Paesi, con un fatturato aggregato di circa sette miliardi di euro. Ma la cifra che mi commuove davvero non è questa: è la qualità delle conversazioni che ogni giorno avvengono all’interno di questa comunità».
Oggi sostenibilità e innovazione sono diventate leve strategiche per il comparto fashion e lifestyle. Come sta cambiando il rapporto tra competitività, responsabilità e trasformazione industriale?
«Sta avvenendo qualcosa di straordinario, e credo che ancora non ne abbiamo pienamente compreso la portata storica. Per generazioni, nel mondo dell’impresa, sostenibilità e competitività sono state percepite come forze antagoniste: la prima un costo, la seconda un obiettivo. Quella stagione è finita. Non perché le aziende siano diventate improvvisamente più virtuose, ma perché il mercato, le normative europee, i consumatori e gli investitori hanno reso la responsabilità ambientale e sociale una condizione necessaria per sopravvivere sui mercati globali.
Ciò che stiamo osservando oggi è una trasformazione industriale di proporzioni epocali: la tracciabilità della filiera attraverso la blockchain, l’ecodesign come paradigma progettuale, la circolarità come modello di business, l’intelligenza artificiale applicata alla riduzione degli scarti e all’ottimizzazione energetica. Le imprese che hanno compreso per prime che innovare in senso sostenibile significa acquisire un vantaggio competitivo irreversibile stanno raccogliendo oggi i frutti di quella scelta coraggiosa. E SFIS è lì, in mezzo a loro, come architetto di quelle connessioni che trasformano la visione in azione concreta».
La vostra attività coinvolge aziende, istituzioni, start up e mondo della ricerca. Quanto è importante creare connessioni tra realtà diverse per accelerare la transizione sostenibile del settore?
«È il cuore di tutto. Senza connessione non c’è trasformazione, c’è solo buona intenzione. E il cimitero dell’economia è lastricato di buone intenzioni rimaste sterili per mancanza di relazioni fertili.
Pensi a cosa accade quando una startup biotecnologica che ha sviluppato un tessuto biodegradabile di nuova generazione incontra, grazie a SFIS, un grande marchio del Made in Italy alla ricerca di alternative ai materiali sintetici. Oppure quando un gruppo di ricercatori della Sapienza Università di Roma, nostro main academic partner, siede allo stesso tavolo di lavoro con i responsabili ESG di aziende manifatturiere del distretto tessile di Prato. O ancora quando le normative europee sulla responsabilità estesa del produttore, che per molte PMI sembrano un labirinto inestricabile, vengono tradotte in percorsi formativi chiari, accessibili, riconosciuti con crediti universitari. Questi incontri non sono fortunate coincidenze: sono il risultato di un progetto architetturale preciso. SFIS funziona come un sistema nervoso, trasportando impulsi di conoscenza tra cellule che altrimenti non si parlerebbero mai. E quando quelle cellule comunicano, il sistema intero si evolve».
L’Italia rappresenta un punto di riferimento internazionale per creatività e manifattura. Quali opportunità vede per il sistema italiano nel guidare l’evoluzione sostenibile della moda a livello globale?
«L’Italia ha in mano le carte più preziose del gioco, e deve avere la lucidità e l’orgoglio di giocarle con determinazione. Siamo l’unico Paese al mondo che può vantare una filiera produttiva intatta, dalla materia prima al prodotto finito, che attraversa ogni regione della penisola e custodisce saperi artigianali sedimentati nel corso di secoli. Questa non è nostalgia, è un vantaggio competitivo di ordine strutturale che nessun Paese emergente potrà replicare in tempi brevi.
Ma c’è di più. Il mondo sta cercando un modello di sviluppo alternativo alla massificazione industriale che ha dominato il Novecento: un modello che sappia coniugare qualità, bellezza, autenticità e responsabilità ambientale. Questo modello ha un nome, ed è italiano. La sfida che abbiamo davanti è trasformare questa vocazione atavica in un sistema normativo, formativo e produttivo all’altezza del momento. Dobbiamo essere noi a scrivere le regole della moda sostenibile a livello europeo e globale, non subirle da altri. SFIS lavora ogni giorno in questa direzione, portando la voce della filiera italiana nei tavoli del Parlamento europeo, della Commissione, delle Nazioni Unite, della FAO. Perché la leadership non si aspetta, si costruisce».
Guardando ai prossimi anni, quale visione immagina per il futuro della moda sostenibile e quale ruolo auspica possa avere Sustainable Fashion Innovation Society in questo scenario?
«Immagino un futuro in cui la parola “sostenibile” sparisca dall’etichetta dei prodotti, non perché il tema sia diventato irrilevante, ma perché la sostenibilità sarà diventata così intrinseca al modo di produrre e di consumare da non aver più bisogno di essere dichiarata. Quel giorno, la transizione ecologica sarà compiuta. Non siamo ancora lì, ma ci stiamo avvicinando con una velocità che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impossibile.
In questo scenario, il ruolo che auspico per SFIS è quello di un faro permanente: un luogo in cui la ricerca più avanzata incontra la manifattura più raffinata, in cui le giovani generazioni trovano strumenti e visione per costruire imprese belle e responsabili, in cui le istituzioni trovano un interlocutore capace di tradurre la complessità della realtà produttiva in politiche efficaci. Voglio che SFIS sia ricordata come l’organizzazione che ha avuto il coraggio, negli anni in cui tutto sembrava ancora incerto, di scommettere sulla possibilità che bellezza e responsabilità non fossero forze opposte, ma facce di una stessa, straordinaria medaglia. Perché in Italia lo sappiamo da sempre: le cose più belle sono anche quelle fatte meglio. E quelle fatte meglio durano nel tempo. Come il nostro Paese».




