Contributo editoriale di Simone Strocchi – Presidente di Electa Ventures
Leggendo che l’inflazione è al 4%, siamo portati a pensare che il nostro denaro, i nostri risparmi, abbiano subito in un solo anno una analoga erosione di potere di acquisto e investimento. L’inflazione, tuttavia, misura la variazione dei prezzi di un paniere rappresentativo dei consumi delle famiglie: alimentari, energia, trasporti, servizi e altro; è indispensabile per misurare il costo della vita, ma non descrive necessariamente quanto denaro occorra per acquistare beni durevoli/patrimoniali o partecipazioni agli utili delle imprese.
Un immobile e un’azione si comprano con la stessa moneta che si spende al supermercato, ma i loro prezzi possono muoversi in direzioni opposte rispetto allo scontrino del carrello. La distinzione conta ancora di più quando l’inflazione nasce non dall’euforia dei consumi, ma da rincari energetici, tensioni geopolitiche e aumenti dei costi di produzione. In presenza di crescita debole, queste pressioni assumono caratteri stagflazionistici: comprimono il potere d’acquisto delle famiglie senza sostenere necessariamente gli utili delle imprese, che possono avere andamento diversi, anche opposti, a seconda dell’industria di riferimento e delle filiere di interdipendenza.
Entrando nel merito possiamo dire che l’inflazione dei consumi non pesa allo stesso modo su tutti. L’Istat stessa, focalizzandosi su un’analisi dei consumi, indica nel terzo trimestre del 2026 che l’aumento dei prezzi è stato del 4,4% per le famiglie con minori livelli di spesa e del 2,9% per quelle con livelli più elevati, per il diverso peso delle voci di consumo.
Ora vorrei spingere il ragionamento oltre, partendo dall’evidenza che chi destina quasi tutto il proprio reddito alle necessità quotidiane non può rinviare bollette o spesa alimentare, mentre chi dispone di risparmio investibile, o è in grado di accumularne, può invece ottenere una remunerazione e scegliere il momento in cui impiegarlo. Immaginiamo che una famiglia non abbia risparmi, mentre un’altra possieda un patrimonio finanziario pari a venti volte i suoi consumi annuali, remunerato al 3% netto. Il rendimento equivale al 60% della spesa annua ed è oltre venti volte il rincaro del 2,9%. Non è ovviamente guadagno reale, perché anche il capitale deve difendersi dall’inflazione, ma è evidente la diversa capacità di assorbire l’aumento del costo della vita.
Il fenomeno diventa ancora più interessante guardando alla Borsa. Vi sono società che continuano a produrre utili e cassa, ma le cui azioni si sono deprezzate anche per la minore liquidità e la contrazione della domanda di investimento. Focalizzandoci su questo cluster, immaginiamo un’impresa con 20 milioni di utili annui, inizialmente valutata 300 milioni: acquistandone a suo tempo il 10% per 30 milioni si partecipava pro quota a 2 milioni di utili, con un rendimento implicito del 6,7%. Se la valutazione fosse ora scesa a 200 milioni, a utili invariati, la stessa partecipazione assunta oggi costerebbe 20 milioni e il rendimento implicito salirebbe al 10%.
Non è solo un esercizio teorico: da diverse analisi è emerso che le società del segmento Euronext STAR trattano, sulle stime 2026, a multipli del margine operativo lordo inferiori del 17% alla media degli ultimi cinque anni; mentre alcune società del mercato EGM (Euronext Growth Milan) presentano oggi un rendimento del flusso di cassa (free cash flow yield) a doppia cifra, che le portano a poter ripagare l’intera capitalizzazione in 6-7 anni. Naturalmente un’azione più economica non è necessariamente un buon investimento: conta la sostenibilità dei risultati futuri.
Possiamo, quindi, affermare che il denaro che perde potere d’acquisto al supermercato può nello stesso tempo accrescere la propria capacità di acquistare redditività aziendale. Con questo non intendo affermare che l’inflazione favorisce automaticamente chi possiede capitale, ma che il potere d’acquisto dipende da cosa compriamo e dalla libertà di scegliere quando farlo. Questa libertà non è soltanto un vantaggio individuale. Il risparmio paziente, che è al centro delle mie attenzioni e attività professionali da sempre, se indirizzato alle imprese italiane più virtuose e resilienti, nel medio periodo, può battere di molto l’inflazione, sostenerne crescita, investimenti e autonomia, anche quando il mercato fatica a riconoscerne il valore.
Anche per questo, soprattutto nella attuale congiuntura, dovremmo creare le condizioni perché il risparmio degli italiani trovi convenienza a finanziare la nostra economia produttiva, anziché cercare altrove opportunità di impiego che spesso corrispondono a partecipazione pro quota all’utile sull’investimento azionario decisamente meno allettanti. Chi può scegliere, benché stia comprando più caro ciò che si consuma per vivere, ha l’opportunità di possedere in quantità maggiore ciò che produce ricchezza, per sé e per la nostra comunità.




