Le competenze che l’impresa non vede

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Le aziende dichiarano di non trovare persone qualificate, ma spesso conoscono solo una parte delle capacità di chi lavora già al loro interno. Prima di cercare altro talento sul mercato, occorre imparare a riconoscere, utilizzare e sviluppare quello che rimane nascosto nell’organizzazione

Le imprese conoscono con grande precisione il costo del personale, l’inquadramento contrattuale, l’anzianità e il ruolo ricoperto da ogni dipendente. Molto più raramente sanno rispondere a una domanda apparentemente semplice: che cosa sono realmente capaci di fare le persone che lavorano qui? Non quali attività svolgono oggi. Non quale titolo compare sul loro biglietto da visita. Non quali corsi hanno frequentato. Ma quali problemi sono in grado di risolvere, quali conoscenze hanno accumulato, in quali contesti apprendono più rapidamente e quali responsabilità potrebbero assumere se l’organizzazione offrisse loro l’occasione di farlo.

È uno dei paradossi più rilevanti del mercato del lavoro contemporaneo. Da una parte, le aziende denunciano una crescente difficoltà nel reperire competenze. Dall’altra,

una parte significativa del patrimonio professionale già presente rimane inutilizzata, confinata nei ruoli esistenti oppure semplicemente invisibile ai sistemi con cui l’impresa osserva se stessa. Lo skill gap diventa, così, reale. Ma non nasce soltanto dalla distanza tra ciò che il mercato offre e ciò che le aziende cercano: nasce anche dalla distanza tra ciò che le persone sanno fare e ciò che l’organizzazione consente di dimostrare.

Un patrimonio che non compare nei bilanci

Le competenze hanno una caratteristica particolare: acquistano valore soltanto quando vengono riconosciute e utilizzate. Una conoscenza tecnica che rimane

confinata nell’esperienza di una singola persona non diventa automaticamente una capacità dell’impresa. Una risorsa con potenzialità manageriali, se impiegata per anni esclusivamente in attività esecutive, non viene registrata come talento inespresso. Un dipendente che ha sviluppato autonomamente competenze digitali, linguistiche o commerciali può continuare a essere valutato soltanto sulla base della mansione per la quale era stato assunto.

Possiede un organigramma, ma non una vera mappa delle capacità disponibili.

Le ricerche più recenti dell’OCSE sulla popolazione adulta mostrano che possedere una competenza e poterla utilizzare sul lavoro non sono la stessa cosa. Le indagini rilevano una relazione imperfetta tra il livello delle capacità possedute e la frequenza con cui vengono effettivamente impiegate. Anche lavoratori altamente qualificati possono trovarsi in ruoli che offrono poche occasioni per applicare ciò che sanno fare. Questo divario non riguarda soltanto la soddisfazione individuale. Quando le competenze rimangono inutilizzate, l’impresa perde produttività, capacità di innovazione e velocità di adattamento. Continua inoltre a cercare all’esterno risorse che, almeno in parte, potrebbe già possedere.

Il ruolo non racconta più tutta la persona

Per molto tempo le imprese hanno organizzato il lavoro attraverso una corrispondenza relativamente stabile: a ogni persona un ruolo, a ogni ruolo un insieme definito di attività. Questo modello diventa sempre meno adeguato in un contesto nel quale i processi cambiano rapidamente, le tecnologie modificano il contenuto delle mansioni e i problemi richiedono competenze provenienti da funzioni diverse.

Le job description continuano a essere necessarie per chiarire responsabilità e confini. Diventano però limitanti quando si trasformano nell’unica lente attraverso cui osservare il contributo di una persona: descrivono ciò che ci aspettiamo oggi, non tutto ciò che potrebbe diventare utile domani. In molte PMI questo limite è ancora più evidente. La conoscenza reale delle persone è spesso affidata alla memoria dell’imprenditore o dei responsabili: si sa informalmente chi è bravo a gestire un cliente difficile, chi riesce a spiegare un processo ai colleghi, chi possiede una particolare capacità analitica o chi interviene quando un’attività si blocca. Sono informazioni preziose, ma raramente vengono raccolte, condivise e trasformate in patrimonio organizzativo.

Finché l’azienda è piccola, questa conoscenza informale può sembrare sufficiente. Quando cresce, cambia struttura o perde una figura chiave, emergono le fragilità.

La formazione non basta se il lavoro non cambia

Le imprese cercano spesso di colmare il divario di competenze aumentando le attività formative; è una risposta comprensibile, ma purtroppo incompleta. Un corso può trasferire conoscenze, introdurre un metodo e offrire nuovi strumenti. Non può però garantire che quanto appreso venga utilizzato. Se al termine della formazione la persona torna nello stesso processo, con le stesse responsabilità e senza alcuno spazio per sperimentare, l’apprendimento rimane separato dal lavoro. Il problema, quindi, non è soltanto quanta formazione viene erogata, ma che cosa accade dopo. La competenza si consolida quando una conoscenza viene applicata a un problema reale, osservata nei suoi risultati, corretta attraverso il feedback e progressivamente trasformata in autonomia. Per questo, la formazione più efficace non vive ai margini dell’organizzazione: entra nei progetti, nelle riunioni, nella delega e nel modo in cui vengono distribuite le responsabilità. Un’impresa può investire molto in corsi e continuare a non sviluppare le proprie persone. Accade quando la formazione diventa un catalogo di contenuti anziché una componente del sistema operativo aziendale. La domanda utile non è semplicemente quante ore siano state completate. È quante persone, dopo quelle ore, abbiano iniziato a risolvere problemi più complessi, assunto nuove responsabilità o trasferito ciò che hanno appreso ad altri colleghi.

Il manager come sensore dell’organizzazione

La capacità di riconoscere le competenze non può essere delegata interamente alla funzione HR. La verità è che è nel lavoro quotidiano che il potenziale delle persone diventa osservabile, e sono soprattutto i manager a trovarsi nella posizione di intercettarlo. Un responsabile non dovrebbe limitarsi ad assegnare attività e controllare risultati. Dovrebbe comprendere come le persone affrontano i problemi, quali capacità stanno sviluppando, dove incontrano difficoltà e in quali ambiti potrebbero offrire un contributo maggiore. Questo richiede tempo, attenzione e qualità manageriale. Richiede conversazioni che non siano dedicate esclusivamente alle urgenze. Richiede feedback capaci di indicare non soltanto ciò che non ha funzionato, ma anche quali comportamenti hanno generato un risultato positivo e possono essere replicati. Soprattutto, richiede la disponibilità a mettere le persone alla prova. Se le attività più delicate vengono affidate sempre agli stessi collaboratori, se la delega riguarda soltanto compiti marginali e se l’errore viene considerato una prova di inadeguatezza, l’organizzazione finisce per confermare continuamente ciò che già pensa delle proprie persone. Si crea così un circuito chiuso: chi è considerato competente riceve occasioni migliori per svilupparsi; chi non ha ancora avuto modo di dimostrare le proprie capacità continua a ricevere attività che non consentono di farlo.

Dalla mappa delle competenze alle occasioni di utilizzo

Mappare le competenze è importante, ma non è sufficiente compilare una matrice e archiviarla. Una mappa statica invecchia rapidamente. Inoltre, le capacità cambiano, i ruoli evolvono e nuove conoscenze possono essere sviluppate anche fuori dall’impresa. Aggiungiamo che una persona non possiede semplicemente una competenza oppure ne è priva: può trovarsi in diversi livelli di autonomia, averla applicata in contesti differenti o essere in grado di trasferirla agli altri.

Una mappatura utile dovrebbe combinare almeno quattro dimensioni (Fig. 1), ma la parte decisiva viene dopo: una competenza riconosciuta deve incontrare un’occasione per essere utilizzata. Ma la parte decisiva viene dopo: una competenza riconosciuta deve incontrare un’occasione per essere utilizzata.

Progetti trasversali, affiancamenti, job rotation, gruppi di miglioramento, incarichi temporanei e percorsi di mobilità interna permettono di far emergere capacità che la struttura ordinaria del lavoro tende a nascondere. Consentono, inoltre, all’impresa di verificare il potenziale attraverso comportamenti osservabili, evitando valutazioni basate soltanto sulle percezioni.

La mobilità interna non serve esclusivamente a trattenere le persone. È anche uno strumento per allocare meglio le competenze e ridurre il costo di continuare a cercare sul mercato profili perfettamente corrispondenti a ruoli costruiti in modo troppo rigido.

L’intelligenza artificiale può vedere di più, ma non può decidere da sola

Le tecnologie di people analytics e l’IA possono aiutare a mettere in relazione esperienze, progetti, formazione e risultati, facendo emergere connessioni difficili da individuare manualmente. Possono segnalare competenze adiacenti, suggerire percorsi di crescita o individuare persone potenzialmente adatte a un progetto. Possono rendere la mappatura più dinamica e ridurre la dipendenza dalla memoria dei singoli responsabili. Esiste però anche un rischio opposto. Se i sistemi vengono alimentati soltanto con dati formali – come titoli di studio, posizioni ricoperte, certificazioni e parole chiave presenti nei curriculum – la tecnologia finisce per automatizzare la stessa miopia dell’organizzazione. Una persona continuerà a essere vista per ciò che ha già fatto, non per ciò che potrebbe imparare o diventare. Le capacità meno formalizzate resteranno invisibili e i percorsi non lineari saranno penalizzati. Altrimenti, renderà più veloce un sistema che continua a cercare conferme nel passato.

Prima di assumere, guardare meglio

Riconoscere le competenze interne non significa rinunciare al recruiting. Le imprese continueranno ad avere bisogno di inserire conoscenze, esperienze e prospettive nuove. Significa però evitare che l’assunzione diventi la risposta automatica a qualsiasi bisogno emergente.

Prima di aprire una ricerca, un’organizzazione dovrebbe porsi quesiti semplici ma fondamentali perché modificano profondamente il modo di gestire il capitale umano (Fig.2).  

Sono domande semplici, ma modificano profondamente il modo di gestire il capitale umano.

L’impresa che conosce le proprie competenze può decidere meglio dove assumere, dove formare, dove ridisegnare un processo e dove creare nuove opportunità interne. Riduce la dipendenza dalle persone considerate insostituibili e rende più credibili le promesse di crescita rivolte ai collaboratori. Soprattutto, smette di considerare il talento come una qualità da acquistare e inizia a trattarlo come una capacità da riconoscere, mettere alla prova e sviluppare. Le competenze più importanti potrebbero non essere quelle che mancano. Potrebbero essere quelle che l’organizzazione non ha ancora imparato a vedere.

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Paul Renda
Paul Renda è CEO di Miller Group e advisor di imprenditori e investitori. Si occupa di strategia, finanza d'impresa, innovazione e sviluppo organizzativo, accompagnando le aziende nei percorsi di crescita e trasformazione

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