Censimento permanente Istat: come cambiano le imprese italiane

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I primi risultati del Censimento permanente Istat 2025 fotografano un sistema produttivo ancora a forte controllo familiare. Competenze, digitalizzazione e collaborazioni tra aziende segnano le prospettive di sviluppo, con differenze marcate tra piccole e grandi realtà

Meno microimprese, più occupati e una dimensione aziendale in aumento. Il sistema produttivo italiano cambia struttura, ma continua a confrontarsi con difficoltà nel reperimento delle competenze e con una diffusione disomogenea dell’innovazione. È il quadro delineato dai primi risultati del Censimento permanente delle imprese 2025 dell’Istat, che analizza assetti proprietari, risorse umane, relazioni produttive, tecnologie, finanza e sostenibilità.

La rilevazione, condotta tra ottobre 2025 e marzo 2026, ha coinvolto un campione di circa 265mila imprese, rappresentativo di oltre un milione di aziende con almeno tre addetti dell’industria e dei servizi, escluse le attività finanziarie e assicurative. Un universo che rappresenta il 21,2% delle imprese residenti in Italia, ma genera l’87,5% del valore aggiunto e impiega 13,8 milioni di addetti.

Un sistema che cambia dimensione

Tra il 2018 e il 2024, nel perimetro osservato, il numero delle imprese diminuisce di circa 14mila unità, mentre gli addetti aumentano di oltre 1,5 milioni. La dimensione media passa così da 12 a 13,8 addetti.

A ridursi sono soprattutto le microimprese, quelle con un organico compreso tra tre e nove addetti: oltre 43mila in meno nel periodo. Crescono invece le piccole aziende, con 10-49 addetti, e aumenta il peso occupazionale delle medie e delle grandi.

Le costruzioni registrano un’espansione particolarmente sostenuta, anche per effetto delle agevolazioni per l’edilizia privata e degli interventi infrastrutturali legati al PNRR: tra il 2018 e il 2024 le imprese aumentano del 16,6% e gli addetti del 37,8%. Nell’industria in senso stretto e nel commercio, invece, la diminuzione delle aziende si accompagna a un incremento dell’occupazione.

Resta dominante il controllo familiare: nel 2025 l’84,6% delle imprese è controllato da una persona fisica o da una famiglia, contro il 75,2% del 2018. All’interno di questo insieme, la gestione manageriale riguarda appena l’1,6% delle aziende, con una diffusione sensibilmente maggiore nelle realtà più grandi.

Competenze difficili da trovare, formazione ancora poco diffusa

Il capitale umano emerge come uno dei principali nodi dello sviluppo. Nel biennio 2024-2025 il 52,9% delle imprese ha acquisito risorse umane. Tra quelle che hanno preso in considerazione questa possibilità, il 30% segnala difficoltà nel reperire personale con competenze tecniche adeguate. La quota sale al 51% nelle medie aziende e al 53% nelle grandi.

Alla domanda di competenze non corrisponde però un investimento altrettanto diffuso nella formazione. Soltanto il 24,3% delle imprese dichiara di aver svolto attività formative diverse da quelle obbligatorie: si passa dal 19,5% delle microimprese all’80,1% delle grandi.

Anche il cambiamento demografico entra nella pianificazione aziendale. Il 58,8% delle imprese con almeno dieci addetti dichiara di considerarne gli effetti nelle strategie di reclutamento. Le risposte più frequenti riguardano il trasferimento delle competenze tra generazioni, la formazione continua e l’aggiornamento tecnologico.

L’IA si diffonde, ma non basta a rilanciare l’innovazione

Nel 2025 il 16,5% delle imprese con almeno tre addetti utilizza almeno una tecnologia di intelligenza artificiale. La percentuale raggiunge il 23,2% tra quelle con almeno dieci addetti. Le applicazioni più diffuse riguardano l’analisi dei documenti di testo e la generazione di immagini e video.

La digitalizzazione si concentra soprattutto sui software gestionali, sui servizi cloud e sulla cybersicurezza. Tecnologie come Internet delle cose, realtà virtuale e big data rimangono invece maggiormente presenti nelle imprese medio-grandi.

La diffusione dell’IA si inserisce in un quadro di lieve arretramento dell’innovazione complessiva: la quota di imprese impegnate in attività innovative passa dal 38,2% del periodo 2016-2018 al 37,3% del biennio 2024-2025. Il report segnala, in particolare, una minore diffusione di alcune attività legate all’acquisto di macchinari e alla ricerca e sviluppo.

Le relazioni produttive come risorsa per le PMI

Un elemento di dinamismo arriva dalle collaborazioni. Nel 2025 il 45,2% delle imprese intrattiene relazioni produttive stabili con altre aziende o istituzioni, contro il 42,3% del 2022. Prevalgono i rapporti di commessa e subfornitura.

Le imprese inserite in queste relazioni mostrano una maggiore propensione all’innovazione e all’utilizzo dell’IA. Presentano inoltre livelli di produttività del lavoro più elevati rispetto alle aziende che operano isolatamente: il divario è di circa il 40% tra le microimprese e del 30% tra le piccole. Un’associazione che evidenzia il valore delle reti produttive, pur senza dimostrare un rapporto diretto di causa ed effetto.

La qualità dei prodotti e dei servizi resta il principale punto di forza competitivo, indicato dal 77,4% delle imprese con almeno dieci addetti. Seguono le competenze del personale, al 40,7%, e il prezzo, al 35,3%. Sul fronte degli ostacoli pesano gli oneri amministrativi e burocratici, la difficoltà di reperimento del personale e i costi energetici.

Finanza e sostenibilità, prevalgono le risorse interne

L’autofinanziamento rimane la fonte finanziaria più diffusa, utilizzata dall’81,4% delle imprese. Migliorano gli esiti delle richieste di credito: tra le aziende che hanno domandato prestiti nel 2025, l’85,6% ha ottenuto l’intero ammontare richiesto.

Ancora contenuta, sebbene in crescita, la presenza produttiva all’estero: nel biennio 2024-2025 riguarda il 4,7% delle imprese con almeno dieci addetti, rispetto al 3% della precedente rilevazione. Il dato misura la produzione oltreconfine, non la diffusione delle esportazioni.

Quanto alla sostenibilità, il 46% delle imprese ha realizzato almeno un’iniziativa ambientale, il 64,7% un’azione sociale e il 42,1% un intervento di sostenibilità economica e governance. Il 30,7% è attivo in tutte e tre le dimensioni.

Guardando al triennio 2026-2028, il 60,5% delle imprese prevede investimenti in almeno una delle aree strategiche considerate dall’Istat, dalla ricerca alle tecnologie, dal capitale umano all’internazionalizzazione e alla sostenibilità. Sono intenzioni che indicano le direzioni di sviluppo del sistema produttivo: la loro realizzazione passerà anche dalla capacità di rafforzare le competenze, ampliare le collaborazioni e rendere l’innovazione accessibile alle aziende di minori dimensioni.

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Immagine di Giulia Chittaro
Giulia Chittaro
Giulia è responsabile dei contenuti online di Italia Economy. Nel tempo ha guidato l’evoluzione del reparto digitale, affiancando alla gestione editoriale la produzione di articoli originali di analisi socio-economica

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