Ricerca e sviluppo: l’innovazione italiana cresce, ma a velocità diverse

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Ricerca e sviluppo, l’Italia supera i 31 miliardi. Ma cresce il divario tra grandi imprese e PMI

Nel 2024 gli investimenti in R&S aumentano del 5,6% e raggiungono l’1,40% del Pil. A trainare sono soprattutto Università e grandi aziende, mentre arretrano piccole e medie imprese. Il Sud accelera, ma resta forte il divario territoriale. E le prime stime sul 2025 indicano una frenata della ricerca nel sistema produttivo.

La ricerca italiana continua a crescere, ma lo fa seguendo traiettorie sempre più differenti tra Università, grandi gruppi industriali e piccole e medie imprese. Nel 2024 la spesa complessiva per ricerca e sviluppo intra-muros realizzata in Italia ha raggiunto 31,04 miliardi di euro, con un incremento del 5,6% rispetto al 2023. L’incidenza sul Pil è così salita dall’1,37% all’1,40%.

È questo il quadro che emerge dal nuovo report Istat sulla Ricerca e sviluppo in Italia. Un risultato complessivamente positivo che, osservato più da vicino, mette però in luce una trasformazione della geografia dell’innovazione nazionale: cresce con forza il ruolo delle Università, gli investimenti delle imprese si concentrano sempre più nelle realtà di maggiori dimensioni e nelle multinazionali e si allarga la distanza rispetto alle PMI.

Il primo elemento significativo riguarda proprio la diversa velocità dei soggetti coinvolti. Nel 2024 le Università hanno aumentato la spesa in R&S del 13,4%, portandola a oltre 8,35 miliardi di euro. Le istituzioni private non profit registrano un +7,9%, quelle pubbliche un +4,7%, mentre le imprese si fermano al +2,4%, con una spesa di circa 17,6 miliardi.

Il settore produttivo rimane quindi il principale protagonista della ricerca italiana: le imprese rappresentano il 56,6% della spesa complessiva, mentre le Università salgono al 26,9%, guadagnando 1,9 punti percentuali in un anno. Istituzioni pubbliche e non profit rappresentano rispettivamente il 14,7% e l’1,8%.

Il nodo delle PMI

È all’interno del sistema imprenditoriale che emerge uno dei dati più rilevanti del rapporto. L’incremento complessivo degli investimenti aziendali in ricerca è infatti sostenuto dalle grandi imprese, che nel 2024 aumentano la propria spesa del 6,4%.

La situazione è opposta per le realtà di dimensioni inferiori: nelle imprese con meno di 50 addetti la spesa in R&S diminuisce del 13,7%, mentre nelle aziende di medie dimensioni arretra del 5,2%.

Il risultato è una forte concentrazione degli investimenti. Le grandi imprese arrivano a sostenere 13,3 miliardi di euro, equivalenti al 76% dell’intera spesa in ricerca del sistema imprenditoriale.

La dimensione aziendale diventa dunque un elemento sempre più importante nella capacità di sostenere programmi strutturati di innovazione. Un fenomeno particolarmente significativo per un sistema produttivo come quello italiano, caratterizzato da una presenza molto elevata di PMI.

La concentrazione emerge ancora più chiaramente osservando la governance delle aziende. Le multinazionali sono responsabili dell’82,2% della spesa in R&S delle imprese italiane, per oltre 14 miliardi di euro. La quota è divisa in parti uguali tra multinazionali a controllo italiano e gruppi a controllo estero, entrambe al 41,1%. Alle imprese indipendenti rimane appena il 6,1% degli investimenti, mentre l’11,7% fa capo a imprese appartenenti a gruppi domestici.

Anche le dinamiche sono divergenti: rispetto al 2023 la spesa aumenta del 13,7% nelle multinazionali a controllo nazionale e dell’11,3% in quelle a controllo estero, mentre diminuisce del 18,4% nelle imprese indipendenti e del 19,1% nei gruppi domestici.

Automotive e telecomunicazioni frenano, farmaceutica e trasporti accelerano

Anche dal punto di vista settoriale l’innovazione italiana procede a velocità differenti.

Produzione di mezzi di trasporto e fabbricazione di macchinari e apparecchiature continuano a rappresentare il cuore della ricerca industriale nazionale: insieme generano il 35,9% della spesa delle imprese. Seguono elettronica, informatica, attività di ricerca e farmaceutica, ciascuna con quote superiori al 5%.

Ma è l’andamento annuale a raccontare una trasformazione interessante. Gli investimenti crescono soprattutto negli altri mezzi di trasporto (+22%), nei prodotti in metallo (+19,5%), nella farmaceutica (+18,9%) e nell’informatica (+6,5%).

Sul fronte opposto, le telecomunicazioni riducono la spesa del 13,9% e l’automotive del 9,3%. In flessione anche macchinari (-6%), attività di ricerca (-6,3%) ed elettronica (-4,2%).

La ricerca si avvicina al mercato

Un’altra trasformazione riguarda il tipo di attività finanziate. Nel 2024 aumenta soprattutto lo sviluppo sperimentale, cioè quella componente della R&S maggiormente orientata verso nuovi prodotti, processi e applicazioni industriali.

Gli investimenti raggiungono 10,5 miliardi di euro, crescendo del 9,8%. La ricerca di base sale invece del 5,9%, arrivando a 8 miliardi, mentre la ricerca applicata resta la voce più consistente con 12,5 miliardi, ma registra un incremento più contenuto del 2,1%.

Di conseguenza, lo sviluppo sperimentale passa dal 32,7% al 34% della spesa complessiva, mentre la quota della ricerca applicata scende dal 41,6% al 40,2%.

La tendenza è ancora più evidente nelle imprese, dove lo sviluppo sperimentale cresce del 9,8%, mentre diminuiscono sia la ricerca di base (-5,8%) sia quella applicata (-4,6%). Il sistema produttivo sembra quindi concentrare maggiormente le proprie risorse sulle fasi di innovazione più vicine all’industrializzazione e alla trasformazione della conoscenza in prodotti e processi.

Sul piano disciplinare dominano le scienze ingegneristiche e la ricerca tecnologica, che assorbono il 55,6% della spesa nazionale. Seguono scienze naturali (14,4%) e scienze mediche e sanitarie (14,1%). Nelle imprese la concentrazione sull’ingegneria e sulla tecnologia raggiunge addirittura l’83,3%.

Chi finanzia la ricerca italiana

Le imprese non sono soltanto il principale soggetto che realizza R&S, ma rappresentano anche la prima fonte di finanziamento: circa 15 miliardi di euro, pari al 48,3% delle risorse complessive.

Seguono le istituzioni pubbliche, con circa 12 miliardi e una quota del 38,6%, e i finanziatori stranieri, che apportano circa 3,3 miliardi, pari al 10,7%.

Rispetto all’anno precedente, mentre il finanziamento proveniente dalle imprese rimane sostanzialmente stabile, quello delle istituzioni pubbliche aumenta del 10,6% e quello proveniente dall’estero del 15,2%.

L’autofinanziamento rimane comunque fondamentale per il sistema imprenditoriale: le imprese nazionali coprono attraverso risorse proprie l’81,5% della spesa in R&S. Per le piccole aziende assumono però un peso relativamente maggiore i finanziamenti pubblici, pari all’8,5% delle risorse contro il 5,2% delle grandi imprese. Al contrario, i capitali provenienti dall’estero incidono per il 14,5% nelle grandi aziende e per il 10,2% nelle piccole.

Il Sud corre, ma il divario territoriale rimane

La crescita della ricerca interessa gran parte del territorio nazionale e presenta un dato in controtendenza rispetto alle tradizionali divisioni geografiche: nel 2024 è il Sud a registrare l’incremento più elevato, con un +8,9%, davanti al Nord-est (+6,6%), al Centro (+5,1%) e al Nord-ovest (+4,8%). Nelle Isole la spesa rimane invece sostanzialmente stabile (+0,4%).

In termini assoluti, tuttavia, la concentrazione rimane molto elevata. Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio e Piemonte raccolgono insieme oltre il 60% degli investimenti nazionali, pari a 18,9 miliardi di euro. La Lombardia da sola rappresenta circa un quinto della spesa italiana. Seguono Veneto, con il 7,3%, Toscana con il 6,4%, Campania con il 5,7% e Sicilia con il 3,3%.

Tra le singole regioni e province autonome, gli incrementi più consistenti si registrano a Bolzano (+21,1%), in Emilia-Romagna (+13,4%), Puglia (+12,9%), Campania (+11,2%) e Basilicata (+10,4%). In flessione invece Molise (-5%), Calabria (-3,8%), Veneto (-3,7%), Liguria (-2,3%) e Sicilia (-1,5%).

La differenza più profonda riguarda però la struttura degli investimenti. Nel Nord la R&S è prevalentemente sostenuta dalle imprese, che in Piemonte ed Emilia-Romagna rappresentano oltre tre quarti della spesa regionale. Nel Mezzogiorno prevalgono invece settore pubblico e Università, che arrivano a coprire circa l’80% degli investimenti in Sardegna, Calabria e Basilicata.

Anche rapportando gli investimenti alla dimensione dell’economia regionale emerge una geografia fortemente differenziata. L’Emilia-Romagna guida con una spesa in R&S pari al 2,32% del Pil, davanti al Piemonte con il 2,20%, al Friuli-Venezia Giulia con l’1,65% e alla Provincia autonoma di Trento con l’1,58%. Nel Mezzogiorno l’intensità rimane generalmente inferiore all’1%, con le eccezioni della Campania (1,29%) e dell’Abruzzo (1,09%).

Università protagoniste anche sul fronte dell’occupazione

Il rafforzamento delle Università emerge con particolare evidenza analizzando il personale dedicato alla ricerca.

Nel 2024 gli addetti alla R&S sono circa 510mila, in diminuzione dell’1,8%. La flessione deriva interamente dalle imprese, dove il personale diminuisce del 10,5%, mentre nelle Università aumenta del 12%. Crescono anche istituzioni pubbliche (+4%) e non profit (+2,2%).

Misurando il lavoro in unità equivalenti a tempo pieno, gli addetti sono circa 352mila e aumentano complessivamente dell’1,2%. Anche in questo caso le imprese arretrano (-5,9%), mentre le Università segnano un +13,6%.

I ricercatori equivalenti a tempo pieno raggiungono quota 179mila, il 50,9% del personale complessivamente impegnato nella R&S, con un aumento del 5,4%. Nelle Università crescono del 15,3%, nelle istituzioni pubbliche del 7,5%, mentre nelle imprese diminuiscono del 4,3%.

Un segnale significativo arriva inoltre dalla componente femminile. Nel 2024 sono circa 192mila le donne impegnate nella ricerca, pari al 37,7% degli addetti, in crescita del 4,8%. Le ricercatrici sono circa 94mila, equivalenti a quasi 72mila unità a tempo pieno: proprio quest’ultimo valore registra un incremento dell’11,9%.

Le prime indicazioni sul 2025

Se il 2024 restituisce quindi un quadro di espansione complessiva, le prime indicazioni relative al 2025 introducono un elemento di maggiore cautela.

Secondo le stime preliminari Istat, la spesa per ricerca e sviluppo delle imprese dovrebbe diminuire del 2,6% rispetto al 2024. Una dinamica opposta a quella prevista per le istituzioni pubbliche, dove è stimata una crescita del 6,2%, e per le istituzioni private non profit, con un +6,4%.

Anche sul fronte pubblico emergono segnali contrastanti. Nel 2024 gli stanziamenti per R&S delle Amministrazioni centrali, Regioni e Province autonome hanno raggiunto circa 13,5 miliardi di euro, sostanzialmente stabili rispetto al 2023 (+0,5%). Per il 2025 le previsioni iniziali si fermano invece a circa 13,1 miliardi, con una diminuzione del 3,2%.

La fotografia che emerge è dunque quella di un sistema italiano della ricerca che sta aumentando la propria capacità di investimento, ma nel quale la crescita appare sempre più concentrata. Da una parte si rafforzano Università, grandi imprese e multinazionali e cresce il peso delle attività più vicine all’industrializzazione; dall’altra, le difficoltà delle PMI, la riduzione degli addetti alla ricerca nelle imprese e le prime indicazioni negative sugli investimenti aziendali del 2025 rappresentano elementi da osservare con attenzione.

La questione non riguarda soltanto quanto l’Italia investe in ricerca, ma anche la capacità di estendere l’innovazione a un tessuto produttivo composto in larga misura da imprese piccole e medie. È proprio su questa capacità di diffusione che si giocherà una parte importante della competitività del sistema economico italiano nei prossimi anni.

 

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