La trasformazione secondo Var Group

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Dalla leadership orizzontale raccontata nel proprio libro alla trasformazione digitale delle imprese italiane, fino all’impatto dell’AI: Francesca Moriani, CEO di Var Group, riflette su come stanno cambiando le aziende e sul ruolo centrale delle persone nei processi di innovazione

In un contesto in cui le aziende sono chiamate a trasformarsi continuamente, la tecnologia da sola non basta più. Servono nuovi modelli organizzativi, una diversa idea di leadership e la capacità di integrare competenze, processi e cultura. Francesca Moriani, CEO di Var Group, osserva ogni giorno da vicino questo cambiamento accompagnando migliaia di imprese nei percorsi di trasformazione digitale. Nel suo libro Braveship racconta un approccio alla leadership non più verticale. In questa intervista spiega perché le strutture tradizionali non funzionano più, cosa sta frenando l’adozione dell’AI e quale sarà il vero terreno di gioco nei prossimi anni.

Nel suo libro “Braveship” teorizza un nuovo modo di guidare le aziende basato sulla leadership diffusa. Ci spiega di più?

«In Braveship racconto una leadership che è già in atto in Var Group: ci siamo accorti che le strutture aziendali tradizionali, troppo rigide e verticali, non rispondono più alle esigenze di un mercato in continua evoluzione. Come rispondere dunque se non costruendo organizzazioni antifragili, in grado di reagire nel contesto socio-economico che ci circonda?

L’unico modo per farlo è partire dalle persone, offrendo autonomia e fiducia, investendo sulla trasparenza e sulla condivisione. È un percorso ben avviato in Var Group. La flessibilità è possibilità e in Braveship racconto questo: il processo, le domande, il percorso, le possibilità di una leadership che può e deve essere orizzontale».

Ha un passato da sciatrice agonistica: c’è una lezione appresa sulle piste da sci che le è servita di più nel gestire le sue persone?

Francesca Moriani

«Soprattutto mi ha insegnato il valore dell’errore. Ho imparato più dalle cadute che dalle vittorie. È una cosa che porto anche in azienda: dobbiamo smettere di vivere l’errore come qualcosa da evitare e iniziare a considerarlo una parte del percorso. In Var Group diciamo spesso “progress over perfection”: meglio migliorare continuamente, anche sbagliando, che inseguire una perfezione che non esiste».

A che punto è oggi la trasformazione digitale delle aziende italiane?

«Quello che vediamo ogni giorno ci dice qualcosa di importante: le aziende non ci chiedono più solo tecnologia. Ne hanno già troppa, spesso non governata, spesso sovrapposta in strati che nessuno riesce più a leggere davvero. Ci chiedono qualcuno che le aiuti a capire, a decidere, a trasformarsi. La consulenza è quindi alla base di qualsiasi progettualità: prima di parlare di tecnologia, capiamo come un’azienda funziona. L’AI, in questo momento prerequisito dell’evoluzione digitale, stenta a partire perché non c’è ancora una cultura adeguata».

Var Group oggi accompagna le aziende dalla cybersecurity al cloud, dai dati e l’intelligenza artificiale fino alla trasformazione dei processi e dei modelli organizzativi: quale di queste aree avrà l’impatto più profondo sul business delle imprese e quale, invece, è ancora sottovalutata?

«Il contesto di mercato evidenzia una situazione di forte frammentazione: il 40% delle aziende non avvia progetti di AI pur vedendone il potenziale, un altro 40% adotta strumenti di GenAI solo per la produttività individuale senza intaccare i processi core, e il 20% che avvia progetti pilota enterprise vede tre quarti di questi fallire prima di arrivare in produzione. L’impatto sui risultati economici è quindi ancora limitato.

Integrare l’AI nei processi critici di business rappresenta un vantaggio competitivo solo se guidato dalla leva del change management e non dalla mera adozione di nuovi strumenti. Il 70% degli sforzi di un’azienda dovrebbe concentrarsi su questo, mentre solo il 30% su algoritmi, tecnologia e dati. Continuo però a sottolineare con forza quanto la cybersecurity sia un tema strategico, non accessorio. Non si tratta di una voce di costo o di un adempimento normativo: è la condizione abilitante per qualsiasi percorso di innovazione, anche se considerata secondaria dalle PMI».

Ora il trend è quello legato all’avvento degli Agenti IA autonomi: come vede questo fenomeno?

«Gli agenti IA autonomi rappresentano un vero cambio di paradigma nel modo di lavorare. Non più strumenti che supportano le persone, ma sistemi che agiscono nei processi, liberando risorse da attività a basso valore aggiunto per concentrarle su decisioni strategiche e creative. Ma la vera sfida, e la vera opportunità, è un’altra: dobbiamo smettere di pensare all’IA come a un’entità separata e cominciare a progettare sistemi in cui tre tipi di intelligenza dialogano e si completano. L’intelligenza umana, l’intelligenza artificiale e l’intelligenza organizzativa, ovvero i processi, i ruoli, la cultura e la governance che permettono alle prime due di operare davvero insieme».

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Immagine di Gioia Novena
Gioia Novena
Gioia Novena è presentatrice e intervistatrice di eventi business e corporate. Scrive per Italia Economy, dove intervista amministratori delegati e imprenditori per raccontarne le storie, comprendere come prendono decisioni e come stanno guidando nei rispettivi settori.

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