Fondazione Carta Etica del Packaging: innovare con etica

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Fondazione Carta Etica del Packaging: il management che costruisce crescita sostenibile

Intervista ad Alessandra Fazio, Head of Quality di Nestlé Italiana SpA e Presidente della Fondazione Carta Etica del Packaging

Nel mondo dell’industria alimentare e del packaging, la sostenibilità non è più solo una questione di materiali o processi, ma di cultura manageriale. Alessandra Fazio, Head of Quality di Nestlé Italiana SpA e Presidente della Fondazione Carta Etica del Packaging, rappresenta una nuova visione di leadership: moderna, inclusiva e guidata dai valori

Sotto la sua direzione etica e innovazione convivono come leve di crescita per le persone e per le imprese, dimostrando che competitività e responsabilità possono procedere insieme.

Dott.ssa Fazio, cosa significa oggi per un manager “innovare con etica” in un contesto industriale sempre più tecnologico e competitivo?

«In un mondo industriale che corre, o dovrebbe correre, alla velocità della tecnologia, dove automazione e intelligenza artificiale ridisegnano processi e mercati, parlare di innovazione etica non è un esercizio di stile: è una necessità strategica.

Per un manager di una multinazionale alimentare con responsabilità sulla qualità e ruoli istituzionali e come Presidente della Fondazione Carta Etica del Packaging e dell’Istituto Italiano Imballaggio, innovare con etica significa coniugare progresso e responsabilità, senza sacrificare i valori sull’altare della performance. Il vero cambio è l’affiancamento dei valori alla performance, in un equilibrio che deve restare stabile nel tempo. Innovare con etica ha significati diversi ma coesistenti: le scelte fatte per il ritorno economico non sono più assolute, ma ponderate in funzione del loro impatto sociale e ambientale. La mia esperienza di oltre vent’anni nei settori del food e del packaging mi porta a dire che significa garantire trasparenza e sicurezza per il consumatore. La tecnologia deve proteggere la salute delle persone e ridurre lo spreco alimentare.

Significa, inoltre, promuovere una cultura di integrità, in cui la velocità dell’innovazione non superi la capacità di governarla con regole e buone pratiche, e investire in sostenibilità nel senso più ampio del termine: perché il futuro non si misura solo in KPI, ma in fiducia e reputazione.

In questo scenario il manager etico diventa architetto di equilibrio: tra competitività e tutela, tra globalizzazione e rispetto delle diversità normative, tra profitto e purpose.

Nella mia esperienza ho maturato la convinzione che le tecnologie definiscono gli scenari, ma sono le persone a guidare la trasformazione: attraverso la loro capacità di abbracciare il cambiamento dettano la velocità dell’evoluzione. La vera differenza la fanno le persone, con una leadership basata su competenze, responsabilità, inclusione e rispetto».

Nel Suo percorso in Nestlé e nella Fondazione Carta Etica del Packaging, come si costruisce un modello di management capace di unire qualità, sostenibilità e crescita?

«Costruire questo modello significa partire da una visione chiara: la qualità non è negoziabile, è il fondamento della fiducia del consumatore. Oggi, però, la qualità non riguarda solo il prodotto, ma i processi, la trasparenza, la responsabilità lungo l’intera filiera. È un concetto che si evolve e si integra con la sostenibilità, perché non può esserci qualità senza rispetto per l’ambiente e per le persone. Il secondo pilastro è la sostenibilità come strategia, non come slogan: ripensare il packaging, ridurre l’impatto ambientale, innovare con materiali sicuri e circolari. Ed è qui che il ruolo istituzionale diventa cruciale: guidare il settore verso standard condivisi, promuovere carte etiche, creare alleanze tra imprese, università e istituzioni. La sostenibilità, però, non è solo ambientale: è anche sociale. Le scelte vanno calibrate pensando al loro impatto sulla società. Negli ultimi anni ho percepito un cambio di consapevolezza: se in passato la sostenibilità era vista come una forzatura normativa, oggi le imprese mature la riconoscono come parte del modello di crescita. Anche in Nestlé abbiamo vissuto questa trasformazione: dal rispetto delle regole al senso di responsabilità condivisa. Infine, la crescita responsabile. In un mercato competitivo, il manager deve coniugare performance e purpose, investendo in innovazione tecnologica senza perdere di vista capitale umano e reputazione.

Il modello nasce così: competenza tecnica, visione etica e leadership inclusiva. È complesso, ma è l’unico modello capace di generare valore duraturo per l’azienda, la società e il pianeta».

Si parla spesso di leadership inclusiva e cultura del cambiamento. Quali strumenti concreti possono aiutare le aziende a trasformare questi valori in pratiche quotidiane?

«Parlarne è facile, trasformarli in comportamenti concreti è la vera sfida. Servono strumenti chiari e misurabili. Il primo passo è definire un purpose condiviso: le persone devono sapere perché l’azienda investe in inclusione e sostenibilità. Non è un tema di marketing, ma di identità.

La seconda leva è la formazione continua: non solo competenze tecniche, ma anche ascolto, empatia, gestione del conflitto. Una leadership inclusiva nasce da manager capaci di valorizzare le differenze e trasformarle in innovazione.

Terzo: policy e KPI integrati. La sostenibilità deve entrare nei sistemi di valutazione, nei bonus, nei piani di sviluppo. Se non diventa parte della performance, resta teoria. Allo stesso modo serve trasparenza: audit, report ESG, tracciabilità delle decisioni. Infine, partnership e contaminazione culturale: un’azienda non è un’isola. Deve dialogare con istituzioni, associazioni, università.

In sintesi, trasformare valori in pratiche significa mettere le persone al centro, dotarle di strumenti e responsabilità, e misurare i progressi con la stessa serietà dei risultati economici. Solo così la cultura del cambiamento diventa reale e la leadership inclusiva un vantaggio competitivo».

Il packaging è spesso percepito solo come un tema ambientale, ma la Fondazione ne dà una lettura culturale e sociale. In che modo l’etica del packaging può incidere sulle persone e sulle comunità?

«Per la Fondazione l’etica del packaging è soprattutto consapevolezza. Ogni imballaggio racchiude una storia di materia, ingegno e responsabilità, e il modo in cui viene pensato, prodotto e utilizzato ha un impatto diretto non solo sull’ambiente, ma sulle persone e sulle relazioni sociali.

Il packaging accompagna i gesti quotidiani: tutela, informa, educa, facilita comportamenti sostenibili. Per questo la Fondazione lavora per diffondere una cultura del packaging etico attraverso la Carta Etica, i percorsi formativi nelle scuole, i progetti con università e istituti penitenziari, le iniziative con imprese e istituzioni. L’obiettivo è costruire un linguaggio comune in cui l’etica non sia un’aggiunta, ma un principio generativo.

Quando il packaging diventa veicolo di valori come rispetto delle risorse, trasparenza e inclusione, può incidere realmente sulle comunità, generando fiducia e responsabilità condivisa».

Guardando al futuro, quali saranno le sfide decisive per costruire un nuovo equilibrio tra innovazione, responsabilità e sviluppo economico?

«La grande sfida dei prossimi anni sarà far convivere la spinta tecnologica con una visione umanistica dell’impresa. Innovare non basta: bisogna innovare responsabilmente, mettendo al centro persone, conoscenza e valore condiviso.

Per la Fondazione Carta Etica del Packaging questo significa creare connessioni tra industria e società, tra imprese e formazione, tra competenze tecniche e sensibilità etica. È ciò che guida i nostri progetti: dalle Giornate della Fondazione ai programmi di formazione che uniscono competenze e riflessione valoriale, fino al Progetto Istituti Penitenziari, che dimostra come il packaging possa diventare occasione di riscatto e dignità lavorativa. In questa prospettiva si inserisce anche

The Bridge, dedicato all’inclusione delle persone nello spettro autistico nel mondo del lavoro. Un progetto che coinvolge l’intera filiera per creare figure aziendali capaci di accompagnare e valorizzare talenti unici.

Tecnologia, collaborazione e governance etica non sono obiettivi separati: insieme costituiscono l’architettura di un nuovo modello di crescita, capace di generare impatto positivo perché fondato sulla consapevolezza che la competitività del Paese passa anche dalla qualità morale del suo sistema produttivo.

Alla fine, ciò che fa la differenza sono le persone. Non cosa viene fatto, ma come viene fatto. Innovare con etica significa costruire qualcosa che resti: nell’impresa, nella società e nel tempo».

Come possono le aziende evitare che la sostenibilità diventi solo un adempimento e non un vero fattore strategico di crescita?

«Serve un cambio di prospettiva: la sostenibilità non come vincolo, ma come motore di valore. Quando le aziende interiorizzano i principi etici e li trasformano in scelte concrete di progettazione, comunicazione e gestione delle risorse, la sostenibilità smette di essere una formalità e diventa identità.

La Fondazione Carta Etica del Packaging promuove proprio questa visione, aiutando le imprese a ritrovare il

senso profondo del “perché” dietro ogni decisione. Attraverso la Carta Etica e le attività di sensibilizzazione e formazione incoraggiamo le aziende a interrogarsi sul proprio impatto e a costruire una cultura della responsabilità che anticipi le norme. La vera crescita sostenibile nasce dall’etica, non dal mero adempimento.»

In un settore dove spesso l’urgenza produttiva rischia di oscurare la visione, Alessandra Fazio rappresenta una leadership che unisce metodo e sensibilità. Crede in un modello di crescita che parte dalle persone, si fonda sulla conoscenza e restituisce valore alla collettività. Perché innovare con etica, spiega, «non è solo fare meglio, ma farlo in modo giusto: costruendo oggi le condizioni per un domani sostenibile».

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