Dalla trasformazione digitale all’organizzazione aumentata

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L’impresa aumentata: perché il prossimo vantaggio competitivo sarà cognitivo

Per anni le imprese hanno investito per digitalizzare processi e aumentare l’efficienza. Oggi la sfida sta cambiando: utilizzare tecnologia, dati e intelligenza artificiale per aumentare la capacità delle persone di decidere, apprendere e creare valore

Per oltre vent’anni il percorso dell’innovazione aziendale ha seguito una direzione relativamente chiara. Le imprese hanno investito per digitalizzare processi, ridurre attività manuali, aumentare produttività e velocità di esecuzione. L’obiettivo era rendere le organizzazioni più efficienti, capaci di fare di più con meno risorse e in tempi più rapidi. L’intelligenza artificiale sembra inserirsi inizialmente nello stesso solco. Gran parte del dibattito manageriale degli ultimi due anni si è infatti concentrato sulle possibilità di automazione offerte dalle nuove tecnologie: attività ripetitive da eliminare, processi da accelerare, funzioni da rendere più efficienti. Una prospettiva comprensibile, ma che rischia di cogliere soltanto una parte del fenomeno.

Osservando ciò che sta accadendo nelle organizzazioni europee più evolute emerge infatti una dinamica diversa. Le aziende che stanno ottenendo i risultati più interessanti non sembrano utilizzare l’intelligenza artificiale esclusivamente per ridurre tempi e costi. Stanno progressivamente impiegando tecnologia e dati per aumentare la qualità delle decisioni, accelerare l’apprendimento organizzativo e consentire alle persone di concentrarsi sulle attività che generano maggiore valore.

In altre parole, stiamo assistendo al passaggio da una fase di trasformazione digitale a una fase che potremmo definire di trasformazione organizzativa e cognitiva. Per molti anni il vantaggio competitivo è stato associato all’accesso a tecnologie migliori. Oggi questa condizione tende progressivamente a ridursi. Come accaduto in passato con il cloud computing, gli ERP o gli strumenti collaborativi, anche l’intelligenza artificiale diventerà progressivamente accessibile a una platea sempre più ampia di organizzazioni. La tecnologia, da fattore distintivo, tenderà quindi a trasformarsi in una commodity.

La vera differenza non sarà determinata dagli strumenti adottati, ma dalla capacità delle imprese di integrarli all’interno di modelli organizzativi efficaci. Il vantaggio competitivo nascerà sempre meno dalla disponibilità della tecnologia e sempre più dalla capacità delle persone di utilizzarla per interpretare scenari, prendere decisioni, apprendere più rapidamente e adattarsi ai cambiamenti.

Il vero problema delle PMI italiane non è la tecnologia

Può sembrare una provocazione, ma osservando ciò che accade quotidianamente nelle imprese italiane emerge una considerazione interessante: il principale ostacolo alla crescita raramente è rappresentato dalla mancanza di tecnologia.

Le piattaforme esistono. Gli strumenti sono disponibili. L’accesso all’innovazione non è mai stato così semplice.

Eppure molte organizzazioni continuano a incontrare difficoltà nel tradurre gli investimenti in risultati concreti.

Nell’esperienza maturata accompagnando imprese manifatturiere, aziende di servizi, realtà retail e organizzazioni in forte crescita, emerge una dinamica ricorrente. Molte aziende investono correttamente in software, automazione e digitalizzazione. Molto meno frequentemente investono nella revisione dei processi, dei modelli decisionali e delle competenze manageriali necessarie per valorizzarli.

Il rischio è quello di digitalizzare inefficienze esistenti, accelerare attività che non generano valore o aumentare la velocità operativa senza migliorare realmente la qualità delle decisioni.

La tecnologia, da sola, non trasforma un’organizzazione. Può amplificare ciò che già esiste. Se processi, responsabilità e flussi informativi sono efficaci, il risultato sarà un aumento della produttività. Se invece l’organizzazione è caratterizzata da sovrapposizioni, colli di bottiglia e dispersione informativa, il rischio è semplicemente quello di fare più velocemente le stesse cose di prima.

È per questo motivo che le organizzazioni più avanzate stanno iniziando a spostare l’attenzione dagli strumenti alle persone e dai processi alle capacità organizzative.

Cinque segnali che il cambiamento è già iniziato

Le trasformazioni in corso non riguardano soltanto le grandi multinazionali. In tutta Europa stanno emergendo modelli organizzativi che iniziano a modificare il modo in cui le PMI gestiscono persone, competenze e produttività.

Il primo cambiamento riguarda il ruolo del management. Per molti anni il manager è stato identificato come supervisore operativo, responsabile del controllo e del coordinamento delle attività. Oggi questa funzione tende progressivamente a evolvere. Grazie alla crescente disponibilità di dati e strumenti di supporto, il valore del manager si sposta verso la capacità di creare contesto, definire priorità, facilitare collaborazione e sviluppare competenze all’interno dei team.

Un secondo fenomeno riguarda l’apprendimento. Le competenze hanno un ciclo di vita sempre più breve e la formazione non può più essere considerata un’attività episodica. Le organizzazioni più evolute stanno integrando apprendimento e lavoro quotidiano, trasformando lo sviluppo professionale in un processo continuo. Il terzo segnale riguarda la crescente diffusione di strumenti di people analytics. Sempre più aziende iniziano a utilizzare dati e indicatori per comprendere fenomeni che fino a pochi anni fa erano difficilmente osservabili: livelli di engagement, rischi di turnover, sovraccarico organizzativo, distribuzione dei carichi di lavoro e gap di competenze. L’obiettivo non è controllare le persone, ma prendere decisioni migliori.

Un quarto elemento riguarda l’esperienza lavorativa. Le nuove generazioni, ma sempre più spesso anche i professionisti senior, attribuiscono crescente valore a temi come flessibilità, crescita professionale, qualità della leadership e benessere organizzativo. Le aziende che riescono ad attrarre e trattenere talenti sembrano essere quelle capaci di progettare esperienze lavorative più coerenti con queste aspettative.

Infine, cambia il ruolo stesso della funzione HR. Storicamente focalizzata su aspetti amministrativi e gestionali, oggi è chiamata sempre più spesso a contribuire alla progettazione delle competenze del futuro, allo sviluppo manageriale e alla costruzione di modelli organizzativi capaci di sostenere la crescita.

Il paradosso dell’intelligenza artificiale

Esiste un aspetto particolarmente interessante che emerge osservando le organizzazioni più mature. Per anni si è pensato che il progresso tecnologico avrebbe progressivamente ridotto il valore del contributo umano. In realtà sta emergendo una dinamica quasi opposta.

Più aumenta la capacità delle macchine di elaborare informazioni e svolgere attività operative, più cresce il valore di ciò che le macchine non possono fare: interpretare contesti complessi, comprendere dinamiche relazionali, costruire fiducia, prendere decisioni in condizioni di incertezza, sviluppare persone, generare innovazione.

In altre parole, mentre la tecnologia si occupa di una quota crescente delle attività operative, il valore delle competenze umane tende ad aumentare.

Non è un caso che negli ultimi mesi il dibattito internazionale abbia iniziato a concentrarsi sulle cosiddette “power skills”: leadership, pensiero critico, capacità relazionale, apprendimento continuo, comunicazione e adattabilità. Competenze che per lungo tempo sono state considerate complementari e che oggi stanno diventando centrali per la competitività delle organizzazioni.

Il vero rischio per le imprese non è quindi che la tecnologia sostituisca le persone. È che le persone continuino a dedicare tempo ed energie ad attività che la tecnologia potrebbe svolgere meglio, impedendo loro di concentrarsi su ciò che genera reale valore.

La domanda che imprenditori e manager dovrebbero iniziare a porsi

Per anni la domanda dominante è stata: quale tecnologia dobbiamo adottare?

È stata una domanda importante e continuerà a esserlo. Ma forse non sarà più quella decisiva.

Le organizzazioni che stanno ottenendo i risultati migliori sembrano porsi una domanda diversa: su quali attività vogliamo concentrare il tempo, il talento e l’intelligenza delle nostre persone?

La risposta a questa domanda determina il modo in cui vengono progettati processi, ruoli, strumenti e modelli organizzativi.

Determina la qualità della leadership.

Determina la velocità di apprendimento dell’impresa.

Determina, in ultima analisi, la capacità di crescere.

Se il primo ciclo di innovazione degli ultimi vent’anni è stato dedicato alla trasformazione digitale, il prossimo potrebbe essere dedicato alla costruzione di organizzazioni aumentate: imprese capaci di utilizzare tecnologia e intelligenza artificiale non semplicemente per fare di più, ma per pensare meglio, apprendere più rapidamente e creare maggiore valore attraverso le persone.

Ed è probabilmente attorno a questa sfida che si giocherà una parte importante della competitività delle PMI italiane nel prossimo decennio.

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Paul Renda
Paul Renda è CEO di Miller Group e advisor di imprenditori e investitori. Si occupa di strategia, finanza d'impresa, innovazione e sviluppo organizzativo, accompagnando le aziende nei percorsi di crescita e trasformazione

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