A cinquant’anni da The Economic Approach to Human Behavior, la lezione della Scuola di Chicago resta attuale: per capire scelte e politiche non basta misurare i risultati. Occorre seguire incentivi, vincoli e reazioni
Giacomo Balbinotto Neto — Professore di Economia, PPGE/UFRGS, Brasile
Nel 1976 Gary Becker pubblicò un libro il cui termine più discreto conteneva la tesi più audace. Il titolo non era The Economics of Human Behavior, come se il crimine, il matrimonio, l’istruzione o la discriminazione fossero improvvisamente diventati merci. Era The Economic Approach to Human Behavior. La parola decisiva era “approccio”. Becker non rivendicava un nuovo territorio per gli economisti: proponeva un modo di guardarlo.
Non sosteneva che il denaro spiegasse tutto, né che le persone fossero sempre egoiste o infallibilmente razionali. La tesi era più utile: comportamenti diversi condividono una struttura analitica. Le persone perseguono obiettivi entro vincoli, rinunciano a un’alternativa per sceglierne un’altra e reagiscono quando cambiano incentivi, informazioni o regole. L’analisi deve quindi andare oltre il primo effetto.
Era la scommessa della Scuola di Chicago: teoria semplice, margini di scelta definiti e conseguenze verificabili. Il “prezzo” non coincideva con il denaro. Un corso serale può essere gratuito e costare tempo; una visita medica comprende il viaggio e l’attesa; crescere un figlio comporta spese e ore sottratte ad altro. Molti dei prezzi che orientano la società non compaiono su uno scontrino.
Nel saggio sul crimine del 1968 Becker trasformò una categoria morale in un meccanismo verificabile. Un reato dipende anche dal beneficio atteso, dalla probabilità della pena e dalle opportunità legali. Non era un’assoluzione del criminale, ma una domanda concreta: conviene investire un euro in più nella severità della sanzione, nella probabilità di essere scoperti o nelle alternative lecite?
Lo stesso metodo aprì la “scatola nera” della famiglia e chiarì le scelte su matrimonio, fecondità e istruzione dei figli. In un’Italia alle prese con la denatalità, la lezione è scomoda: non basta invocare i valori della famiglia. Occorre guardare a casa, servizi, lavoro, carriere femminili e soprattutto al costo del tempo. Le intenzioni contano; i vincoli spesso di più.
Becker applicò l’analisi anche alla discriminazione. Un datore di lavoro che scarta un lavoratore altrettanto produttivo per assecondare un pregiudizio sopporta un costo. La concorrenza può ridurlo, ma non cancellarlo: segregazione, barriere all’ingresso e istituzioni inique possono renderlo persistente. La disparità è un fatto da spiegare, non il meccanismo che la produce.
Le critiche sono state importanti. Preferenze “stabili” possono diventare un alibi; la massimizzazione può trascurare disattenzione e distorsioni cognitive; l’equilibrio può ignorare come norme e potere delimitino le scelte. Ma l’economia comportamentale, i modelli di contrattazione familiare e gli esperimenti hanno corretto quelle ipotesi più spesso di quanto abbiano abbandonato il metodo: formulare un meccanismo, dedurne conseguenze osservabili e sottoporlo ai dati. Il Nobel del 1992 riconobbe proprio l’estensione dell’analisi microeconomica ai comportamenti non di mercato.
Nel 2026 questa disciplina è ancora più necessaria. Algoritmi e intelligenza artificiale prevedono chi lascerà un lavoro, non rimborserà un prestito o abbandonerà un corso. Prevedere, però, non significa spiegare. La domanda beckeriana viene dopo: quale incentivo crea quella previsione? Quale vincolo è davvero decisivo? Come reagiranno famiglie, imprese e istituzioni quando la regola cambierà?
Becker non mise un cartellino del prezzo su ogni cosa. Ci insegnò a riconoscere i prezzi già presenti: il tempo sacrificato, il rischio assunto, l’opportunità perduta, la regola che modifica una scelta. A cinquant’anni dal suo libro, il lascito non è che l’economia abbia conquistato il comportamento umano. È che il comportamento umano meriti domande abbastanza precise da poter essere smentite.
Nota sull’autore — Giacomo Balbinotto Neto è professore di Economia all’Università Federale del Rio Grande do Sul (UFRGS), in Brasile. Si occupa di approccio economico al comportamento umano, economia sanitaria e analisi economica del diritto.




