Agricoltura italiana: vent’anni di cambiamenti

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In vent’anni il settore primario italiano ha cambiato volto, tra produzioni in calo, nuove colture in crescita e una maggiore dipendenza dai mercati esteri

L’agricoltura italiana arriva al 2025 profondamente diversa rispetto a quella di vent’anni fa. Le produzioni che storicamente occupavano una parte rilevante dei campi nazionali si sono ridimensionate, la frutticoltura ha perso terreno e anche gli allevamenti contano meno capi. Allo stesso tempo, alcune colture stanno crescendo e il Paese mantiene una posizione di primo piano nell’agricoltura europea.

È il quadro che emerge dal report “Produzioni agricole e zootecniche – Anno 2025”, pubblicato dall’Istat il 4 settembre 2026. L’analisi prende in considerazione il periodo 2006-2025 e consente quindi di leggere non soltanto le oscillazioni di una singola annata, ma le trasformazioni strutturali del settore primario italiano.

Il mais perde oltre metà delle superfici

Uno dei cambiamenti più evidenti riguarda i seminativi. Nel 2025 le 18 principali specie considerate dall’Istat occupano il 35,7% della superficie agricola in produzione, con una diminuzione di 13,7 punti percentuali rispetto al 2006.

Il caso più significativo tra le grandi colture è quello del mais: in vent’anni la superficie coltivata è diminuita del 51,2% e la produzione del 42,7%. Il miglioramento della resa per ettaro, salita del 17,4%, ha soltanto parzialmente compensato il drastico arretramento delle superfici.

Scende anche il frumento duro, che continua comunque a occupare oltre 1,1 milioni di ettari: rispetto al 2006 la superficie è diminuita del 15,5% e la produzione del 9,3%, mentre la resa è aumentata del 7,4%. Per il frumento tenero la situazione è differente: alla contrazione del 12,3% delle superfici corrisponde una diminuzione del 21,4% della produzione e del 10,4% della resa.

Ancora più radicale è stato il ridimensionamento della barbabietola da zucchero, con superfici in calo del 79,5% e produzione dell’80,8%.

Soia e colture zootecniche in controtendenza

Non tutte le produzioni arretrano. Il cambiamento della struttura agricola italiana emerge anche dall’espansione di colture orientate alle produzioni proteiche e alla zootecnia.

La soia ha aumentato del 69,1% le superfici e del 94,6% la produzione, accompagnate da un miglioramento del 15,2% della resa. Gli erbai monofiti hanno più che raddoppiato le superfici (+106,8%), mentre la produzione è aumentata del 97,1%. Crescono anche mais ceroso (+46% in termini produttivi) e piante leguminose (+34,7%).

Secondo l’analisi Istat, l’espansione della soia appare coerente con la domanda di proteine vegetali destinate ai mangimi e con le strategie europee dirette a ridurre la dipendenza dalle importazioni.

Il quadro generale delle rese resta però complesso: tra i 18 seminativi analizzati, in 10 casi la resa per ettaro è diminuita.

Frumento e mais: l’Italia dipende sempre più dall’estero

Il ridimensionamento della cerealicoltura ha conseguenze dirette sulla capacità della produzione nazionale di soddisfare il fabbisogno interno.

Nel 2025 le importazioni di frumento raggiungono circa 97 milioni di quintali, contro una produzione nazionale di circa 59,5 milioni. Dal 2014 gli acquisti dall’estero rimangono stabilmente superiori alla produzione italiana e, secondo il report, dal 2022 la distanza si è ulteriormente ampliata.

Ancora più evidente la trasformazione del mercato del mais. Nel 2006 l’Italia importava meno di 20 milioni di quintali a fronte di una produzione nazionale vicina a 96 milioni. Nel 2025 le importazioni sono arrivate a 70 milioni di quintali, mentre la produzione italiana è scesa sotto i 55 milioni.

Le importazioni di mais sono così circa quattro volte quelle del 2006. Dal 2022 il loro volume supera stabilmente la produzione nazionale, aumentando l’esposizione della zootecnia italiana ai mercati internazionali dei mangimi.

Frutta, produzione in calo per 11 specie su 14

La trasformazione interessa profondamente anche la frutticoltura. Delle 14 principali specie esaminate dall’Istat, 11 presentano nel 2025 una produzione inferiore a quella del 2006.

Il dato più pesante riguarda la pera, la cui produzione è diminuita del 60,6% e la superficie del 52,8%. Seguono nettarine, con una contrazione produttiva del 43,5%, pesche (-31,9%), nocciole (-30,3%), mandorle (-29,7%) e arance (-23,7%).

Esistono però alcune eccezioni. La produzione di clementine cresce del 20,3%, quella di kiwi del 17,8% e quella di mele del 13,2%. Particolarmente significativo è il caso della mela: pur avendo perso il 10,6% delle superfici, registra un incremento della resa per ettaro del 26,7%.

Parallelamente è aumentata la pressione delle importazioni su diverse filiere in difficoltà. Tra il 2006 e il 2025, secondo i dati riportati dall’Istat, le quantità importate sono cresciute del 413,6% per le pesche, del 199,1% per le pere e di circa il 144% sia per mandorle sia per nocciole.

Olio d’oliva, produzione giù del 37,6%

Vite e olivo rimangono due pilastri identitari dell’agricoltura italiana, ma le rispettive dinamiche sono molto differenti.

La produzione di vino mostra una sostanziale capacità di tenuta nel lungo periodo: dai 49,6 milioni di ettolitri del 2006 ai 47,8 milioni del 2025, con una flessione limitata al 3,6%. Nel frattempo è aumentata la propensione all’export: nel 2006 venivano esportati 39,9 litri ogni 100 prodotti, mentre nel 2025 la quota è salita a 44 litri.

Molto più difficile la situazione dell’olio di oliva. La produzione è passata da 603,3 milioni di litri nel 2006 a 378,6 milioni nel 2025, con una contrazione del 37,6%. A monte, la produzione di olive è diminuita del 27,2%, soprattutto per il forte arretramento della resa per ettaro (-26,1%).

Il risultato è un sistema nel quale produzione, esportazioni e domanda interna presentano un equilibrio particolare. Nel 2025, dei circa 379 milioni di litri prodotti in Italia, 298 milioni vengono esportati e soltanto 81 milioni restano destinati al mercato interno. Parallelamente vengono importati 565 milioni di litri di olio d’oliva: un volume equivalente a circa una volta e mezzo l’intera produzione nazionale.

Meno bovini, suini e ovini

La contrazione non riguarda soltanto le coltivazioni. Tra il 2006 e il 2025 diminuisce il numero di capi allevati nelle principali specie, con due eccezioni: bufalini (+92,6%, partendo però da livelli iniziali contenuti) e caprini (+3,4%).

Gli ovini diminuiscono del 28,1%, i suini del 15,6% e i bovini del 12,2%. Questi ultimi passano da 6,1 milioni di capi nel 2006 a circa 5,4 milioni nel 2025. La dinamica italiana risulta sostanzialmente coerente con quella osservata a livello europeo.

A fronte della riduzione dei capi emerge, tuttavia, una maggiore produttività nella filiera lattiero-casearia. L’ultimo dato disponibile è quello del 2024: sono stati raccolti 138,4 milioni di quintali di latte, il 27,2% in più rispetto ai 108 milioni del 2006. L’Istat attribuisce l’aumento alla maggiore quantità media raccolta per capo. Nello stesso periodo cresce del 17,7% la produzione di formaggi, mentre quella di burro diminuisce del 21,3%.

Italia quinta nell’Ue per superficie agricola, ma leader in diverse produzioni

Nonostante il ridimensionamento di numerose colture, il peso dell’Italia nell’agricoltura europea resta considerevole. Nel 2025 il Paese dispone dell’8,7% della superficie agricola utilizzata dell’Unione europea, collocandosi al quinto posto dopo Francia, Spagna, Germania e Polonia.

Su alcune produzioni la quota italiana sul totale Ue27 è particolarmente elevata. Il Paese genera il 75,2% delle nocciole europee, il 52,8% del riso e il 43,2% del frumento duro. L’Italia pesa inoltre per il 42,1% del pomodoro coltivato in piena aria, il 37,9% della soia, il 33,2% dell’uva e il 30,5% delle arance. Per le mele la quota raggiunge il 20,4%.

Ne emerge un’agricoltura che mantiene aree di forte specializzazione e leadership europea, ma che nel corso di vent’anni ha progressivamente ridotto la propria capacità produttiva in diversi comparti strategici. Il contemporaneo aumento delle importazioni di cereali, frutta e olio evidenzia una crescente integrazione — e in alcuni casi dipendenza — dai mercati internazionali, mentre la crescita di soia, produzioni proteiche e produttività lattiera segnala la capacità di alcune filiere di adattarsi alla nuova struttura del settore.

Fonte dei dati: Istat, Produzioni agricole e zootecniche – Anno 2025, pubblicato il 4 settembre 2026. Il report utilizza rilevazioni statistiche e dati amministrativi trattati a fini statistici nell’ambito del Regolamento (UE) 2022/2379 sulle statistiche relative agli input e agli output agricoli (SAIO).

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