Spotify, la big tech europea

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Dalle radici svedesi alla sfida dell’intelligenza artificiale, passando per Sanremo e la centralità degli artisti, Spotify continua a crescere. Federica Tremolada racconta cosa significa guidare una big tech nata in Europa in un mercato dominato da Stati Uniti e Asia

 Nel panorama globale dello streaming musicale, dominato da colossi americani e asiatici, Spotify rappresenta un caso unico: una big tech nata in Europa capace di imporsi su scala mondiale senza rinunciare alla propria identità. Fondata in Svezia nel 2006, la piattaforma ha ridefinito il modo in cui la musica viene distribuita, scoperta e valorizzata, trasformando un’industria in crisi in un ecosistema digitale sostenibile.

In questa intervista, Federica Tremolada racconta cosa significa guidare una big tech europea in un contesto competitivo internazionale e quale visione orienta le prossime traiettorie di crescita.

Spotify è una big tech nata in Europa, in un panorama dominato da player americani e con la Cina sempre più presente. Quanto conta la vostra identità europea?

«Conta moltissimo. Spotify nasce in Svezia nel 2006 ed è ora una multinazionale con persone di oltre 100 nazionalità, ma le radici europee restano centrali. Si vedono soprattutto nella leadership:

trasparente, inclusiva e poco gerarchica. In Spotify non è il titolo a determinare il valore di un’idea, se è buona viene ascoltata indipendentemente da chi la propone. Siamo anche molto aperti e onesti a parlare degli insuccessi e delle lezioni che possiamo trarne. Dalla cultura svedese esportiamo politiche concrete: sei mesi di congedo sia per maternità che per paternità, il Flexible

Public Holidays per permettere a ciascuno di celebrare le proprie festività nazionali, un impegno ambientale con l’obiettivo di azzerare le emissioni entro il 2030. Spotify è globale, ma la sua identità europea resta una bussola».

Lavorando a stretto contatto con l’estero che differenza vede, in quanto a innovazione, tra l’Italia e gli altri paesi europei?

Federica Tremolada

«In Europa ci sono grandi possibilità, nonostante l’opinione comune. Quando i fondatori di Spotify hanno avviato l’azienda, in Svezia c’erano appena due o tre venture capital, oggi sono più di 100. È un segnale di quanto l’ecosistema europeo sia cresciuto nel tempo. L’idea di Spotify iniziale era molto chiara: puntare tutto sul prodotto, sulla qualità e sul rendere accessibile tutta la musica del mondo, legalmente, compensando in modo equo gli artisti che la creano. Il risultato è arrivato nel tempo grazie a determinazione e perseveranza: l’utile netto è stato raggiunto dopo 18 anni. La differenza tra Italia e altri paesi europei, a livello di innovazione, è nell’ecosistema. In realtà come Regno Unito o Germania l’innovazione è sostenuta da politiche industriali strutturate, capitali più disponibili e una maggiore cultura del rischio. In Italia molte buone idee nascono, ma fanno più fatica a scalare e c’è ancora uno stigma legato al fallimento che fa rallentare. Ma l’Italia ha un vantaggio distintivo enorme: creatività, qualità dei contenuti, capacità relazionale e forza in settori come moda, design, food e turismo. La vera sfida è trasformare queste competenze in modelli digitali scalabili, e questo oggi è possibile anche partendo dall’Europa, e dall’Italia».

L’AI applicata alla musica è un tema che divide: da un lato scardina l’idea tradizionale di creatività, dall’altro è sempre più centrale per i creator di oggi. Spotify come media?

«La musica è sempre stata legata all’innovazione: nastri multitraccia, sintetizzatori, workstation audio digitali, Auto-Tune…l’AI è un nuovo strumento tecnologico, potenzialmente rivoluzionario. Noi la utilizziamo da tempo, ad esempio nei sistemi di raccomandazione musicale. Non produciamo musica con AI generativa, ma lavoriamo per garantire un utilizzo etico per rispettare copyright e gli artisti. L’AI non è buona o cattiva in sè: può aprire possibilità straordinarie per creator e ascoltatori, ma anche generare spam o contenuti ingannevoli. Per questo investiamo molto nella tutela dell’ecosistema e negli ultimi dodici mesi abbiamo rimosso oltre 75 milioni di tracce di spam. Immaginiamo un futuro in cui artisti e produttori abbiano pieno controllo su come integrare l’AI nei loro processi creativi e il nostro ruolo è proteggere, garantire trasparenza e mantenere alta la qualità dell’esperienza».

Guidare Spotify in Europa significa toccare mercati molto diversi tra loro. C’è un mercato europeo più complesso di altri?

«Non credo esista un mercato più complesso in senso assoluto: ogni Paese ha un rapporto unico con la musica e con gli artisti, con le proprie regole e dinamiche culturali. La sfida è rispettare queste specificità mantenendo coerenza globale e il nostro compito è far sentire ogni mercato ascoltato e rappresentato, senza che perda identità».

Eventi come Sanremo continuano a essere un punto di riferimento per l’industria musicale italiana. Che ruolo hanno oggi nel far dialogare musica, nuove generazioni e digitale?

«Sanremo è un momento unico perché unisce generazioni e artisti di mondi diversi. DaI 2013, anno del nostro arrivo in Italia, il legame è cresciuto: si guarda in tv e poi si ascolta su Spotify. Nel 2025 la playlist ufficiale è stata la più ascoltata al mondo per tutta la settimana, con quasi 130 milioni di stream. Nove brani hanno superato il milione di ascolti nel primo giorno e oltre 30mila playlist a tema sono nate spontaneamente. È la dimostrazione che tradizione e digitale non si escludono, ma si potenziano»

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Immagine di Guenda Novena
Guenda Novena
Guenda Novena è presentatrice e intervistatrice di eventi business e corporate. Scrive per Italia Economy, dove intervista amministratori delegati e imprenditori per raccontarne le storie, comprendere come prendono decisioni e come stanno guidando nei rispettivi settori.

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