Perché l’Italia non è il Paese fragile che spesso viene raccontato. Approfondimento in seguito ai recenti accadimenti di Crans Montana
Intervista a Erik Somaschini, esperto di assicurazioni, agente assicurativo e investitore multisettoriale
La tragedia di Crans Montana in Svizzera ha riacceso il dibattito sulla sicurezza nei luoghi dell’intrattenimento, alimentando timori e interrogativi tra operatori e consumatori. Ma qual è il reale livello di rischio in Italia? E quanto il sistema normativo, assicurativo e culturale è oggi in grado di garantire prevenzione e tutela?
Ne abbiamo parlato con Erik Somaschini, esperto di assicurazioni, agente assicurativo e investitore multisettoriale, che offre una lettura più ampia e strutturata del tema.
I recenti fatti di cronaca hanno sollevato dubbi sulla sicurezza di bar, ristoranti e locali di intrattenimento. È corretto parlare di un sistema fragile?
«Direi di no. L’Italia è un’eccellenza a livello di regolamentazione, controlli, responsabilità e professionalità degli operatori del settore del turismo e dell’entertainment. Spesso si tende a generalizzare partendo da singoli episodi, ma il quadro complessivo racconta un sistema solido, strutturato e molto regolamentato».
In cosa si traduce concretamente questa eccellenza normativa?
«Esistono regole e regolamenti nazionali, regionali e comunali molto stringenti, pensati per tutelare i consumatori. Ci sono protocolli precisi da seguire sia nella fase di progettazione degli spazi sia nell’erogazione dei servizi. Lo stesso livello di attenzione che riconosciamo alla certificazione dei prodotti enogastronomici è presente anche nei luoghi e nei servizi di somministrazione e leisure».
Dal Sua esperienza nel settore della consulenza ed intermediazione assicurativa , qual è il livello di attenzione al rischio da parte degli operatori?
«Molto elevato. Da anni, a livello assicurativo, serviamo centinaia di esercizi tra bar, ristoranti, catene di ristorazione e club. Possiamo confermare che il livello di professionalità e di proattività nella gestione dei rischi è alto. La maggior parte degli operatori è consapevole delle proprie responsabilità e investe molto in prevenzione».
Eppure, in alcuni casi l’errore umano porta a conseguenze drammatiche.
«Purtroppo sì. Ciò detto, errori umani possono verificarsi, ma non dovrebbero mai accadere in determinate condizioni. Quando si verificano tragedie, come quella di Crans Montana, spesso siamo di fronte a un mix di circostanze: responsabilità dei titolari, dei responsabili dell’attività, degli operatori di sala e, soprattutto, delle autorità che non hanno vigilato adeguatamente sul rispetto delle regole. È questa combinazione che può innescare eventi che non dovrebbero mai verificarsi».
Guardando all’Italia, i casi gravi sono stati numericamente limitati.
«Esatto. A memoria, negli ultimi decenni ricordo solo due grandi eventi legati all’intrattenimento. L’incendio della discoteca Number One di Corte Franca nel 2010 e i tragici accadimenti della discoteca Lanterna Azzurra di Corinaldo nel 2018. Questo dimostra che non siamo di fronte a un’emergenza strutturale, ma a episodi isolati che vanno analizzati per rafforzare ulteriormente il sistema».
Qual è, a suo avviso, l’elemento centrale per prevenire questi rischi?
«La formazione. Costante, diffusa e multilivello. È fondamentale formare gli operatori, ma anche diffondere fin dai cicli scolastici nozioni utili a riconoscere e gestire i rischi, anche tra gli fruitori dei servizi. A questo devono affiancarsi controlli attenti e puntuali delle autorità: prima del rilascio delle autorizzazioni, durante l’attività e attraverso verifiche periodiche».
Dal punto di vista assicurativo, quali sono le principali criticità oggi?
«Un problema rilevante del mercato assicurativo italiano è la scarsa predisposizione di molte compagnie ad assumere rischi nel settore entertainment. In particolare, per sale da ballo, discoteche e attività affini, spesso mancano polizze adeguatamente capienti e la volontà di sottoscrivere i rischi. Questo nonostante oggi si tratti di esercizi molto controllati e sicuri».
Un limite che pesa su un Paese fortemente orientato al turismo.
«Esattamente. Un Paese come l’Italia, basato sul turismo e sull’intrattenimento, non può permettersi di restare indietro sul fronte dell’offerta assicurativa in determinati settori. Spesso questa ritrosia nasce da una scarsa conoscenza del settore o da pregiudizi legati ai pochi eventi negativi del passato ed a maldicenze diffuse prive di riscontri oggettivi».
Il tema del rischio si estende anche all’ambiente e al territorio. Come valuta la recente normativa sull’obbligo assicurativo per le imprese contro i rischi catastrofali?
«La valuto molto positivamente e penso che sia da estendere anche ai condomini ed alle abitazioni civili, come già accade in numerosi altri grandi Paesi europei. L’Italia, per sua conformazione, è esposta a numerosi rischi, in particolare quelli idrogeologici. Tuttavia, credo che la questione sia prima di tutto culturale, non solo legislativa. L’obbligo assicurativo può essere uno strumento utile, ma non basta».
In che senso?
«Gestire i rischi non significa solo trasferirli all’assicuratore. Significa imparare a gestirli a livello collettivo. Prevenzione e protezione contro il manifestarsi dei rischi sono una responsabilità condivisa: governo, autorità, imprenditori, esercenti, ma anche cittadini e consumatori».
Qual è quindi la direzione da seguire?
«Dobbiamo passare dalla logica dell’obbligo imposto per legge allo sviluppo spontaneo di una cultura della gestione dei rischi. Una cultura in cui ognuno è parte attiva e responsabile nella società, capace di individuare, mitigare e gestire i rischi con tutti gli strumenti disponibili, incluse le assicurazioni».
In sintesi?
«La gestione dei rischi è, prima di tutto, una questione di responsabilità collettiva».




