Critical raw material. Quali sfide per le materie prime critiche, strategiche e rilevanti in italia
di Angelo Di Gregorio, Direttore CRIET – Università di Milano-Bicocca e Presidente Brightseed Srl e Debora Tortora, Professoressa Associata Economia e gestione delle imprese e Partner Brightseed Srl
R3: Rilevanza, rigenerazione, riciclo. Tre termini per sintetizzare opportunità e sfide di una politica industriale intesa a promuovere innovazione e competitività nei “settori strategici” dell’economia nazionale, specie con riferimento alle Critical Raw Material (CRM).
Rilevanza perché, pur se con sforzi diversamente continui ed efficaci per assicurarne la disponibilità, le materie prime critiche e strategiche – attualmente 34, secondo lista 2023 stilata dalla Commissione Europea – sono al centro di un dibattito di lungo corso, sia a livello internazionale che nazionale, in quanto considerate sostanziali per la produzione di tecnologie nell’aerospazio e nel settore della difesa, per accompagnare la transizione digitale e per contrastare il cambiamento climatico.
E qui si pone il primo argomento di discussione da cui nasce la ricerca presentata nel volume “CRITICAL RAW MATERIAL. Quali Sfide per le Materie Prime Critiche, Strategiche e Rilevanti in Italia”, ad opera del CRIET – Centro di Ricerca Interuniversitario in Economia del Territorio, Università degli Studi di Milano-Bicocca, in collaborazione con ISTAT.
Infatti, a prescindere dalle forme di approvvigionamento, su cui si avrà modo di ritornare, l’interesse verso tali risorse si evince nella loro condizione di input per la produzione, anche potenziale, delle tecnologie o dei manufatti che le incorporano – la domanda espressa dal collegato sistema industriale. Questa considerazione viene sintetizzata nella prima research question:
“Le materie prime critiche e strategiche definite dall’Unione Europea sono davvero significative per l’economia nazionale?”
In subordine, è di altrettanto interesse la funzione d’uso strutturale, trasposta nella seconda research question:
“Se le materie prime critiche e strategiche risultano significative per l’economia nazionale, sono effettivamente impiegate per sostenere la transizione green & digital?”
L’effettivo fabbisogno di tali risorse è soddisfacibile essenzialmente per due vie: mediante disponibilità interna di materie prime critiche e strategiche (ottenuta tramite estrazione/raffinazione e/o facendo ricorso a materie prime seconde, opzioni entrambe di modestissima, se non nulla, entità ad oggi in Italia), o attraverso l’acquisto esterno; a questa seconda modalità si fa riferimento nello studio, procedendo ad una analisi delle importazioni di materie prime critiche e strategiche nel periodo 2015/2023.
Il dataset utilizzato per l’analisi è stato costruito da ISTAT partendo dal registro degli operatori che realizzano scambi di merci con l’estero, i cui relativi codici sono stati individuati, trattati e ricondotti ai 33 elementi/sostanze della lista (per l’accorpamento dei dati relativi a Terre rare leggere e pesanti). Ad essi sono stati aggiunti ulteriori 12 elementi definiti “rilevanti” sotto il profilo economico a livello nazionale, previa validazione di un gruppo di esperti.
Per i 45 elementi studiati sono stati evidenziati caratteristiche essenziali, principali Paesi produttori, possibilità di riciclo e domanda.
I risultati nell’anno più recente della serie osservata (2023) mostrano che le materie prime critiche individuate dalla Commissione Europea interessano meno del 4% dell’import totale, per un valore complessivo di 1,5 miliardi di euro, che sale a circa 22 miliardi di euro se si considerano anche le importazioni di materie prime strategiche (59% totale). Se tali dati sembrano attestarne l’interesse per il sistema produttivo nazionale, è da considerare che il solo elemento rame, aggiunto insieme al nichel nella lista nel 2023 quale materia prima strategica, pur non presentando problemi di approvvigionamento, rappresenta il 20% dell’import del campione (7,5 miliardi di euro in valore). Ciò perché, pur continuando a incentrare il dibattito sulle CRM funzionali alla transizione ambientale e digitale, la stessa Unione Europea dimostra di tenere in più ampia (e corretta) considerazione le materie prime in generale, necessarie all’industria per lo svolgimento dell’attività trasformativa. A livello nazionale l’attenzione deve rivolgersi anche verso risorse di effettiva utilità per la competitività del Sistema Paese, come le materie prime rilevanti, che rappresentano il 41% delle importazioni totali effettuate nel 2023, pur in mancanza di specifici programmi a livello governativo volti a garantirne la continuità di fornitura.
Tali risultati consentono comunque di rispondere alla prima research question, evidenziando una parziale significatività delle materie prime critiche e strategiche definite dall’Unione Europea. Esse rappresentano una quota importante del fabbisogno di materie prime, ma lontana dal coprire le esigenze dell’industria nazionale.
A seguire, anche la seconda research question non trova conferma positiva nell’analisi, poiché peso e destinazione d’uso delle materie prime strategiche, essenziali per i processi produttivi correlati alle tecnologie green & digital, rivelano uno sfruttamento davvero contenuto. Infatti, quasi l’89% delle importazioni nel 2023 è imputabile a dieci elementi (vedi Tabella), di cui solo 4 classificati come materie prime strategiche – rame, bauxite, platinoidi e nichel – impiegate per lo più nell’industria tradizionale.
Pur trattandosi di materiali essenziali per il funzionamento di settori chiave (secondo il Critical Raw Materials Act), attualmente essi vedono in Italia un impiego poco significativo in processi produttivi destinati a sostenere la twin transition, dimostrando chiaramente l’insufficienza della mera disponibilità di input produttivi, quando non opportunamente affiancata da politiche industriali volte a favorire lo sviluppo delle connesse filiere.
Quanto poi l’auspicata maggiore indipendenza negli approvvigionamenti, sul punto in Italia sono più che evidenti gli ostacoli che si frappongono ad una implementazione di attività estrattive o di raffinazione, sia per l’opposizione generata da parte delle comunità locali, sia per una non sempre manifesta sensibilità istituzionale verso pratiche di esplorazione mineraria equilibrate e responsabili. Va da sé che via elettiva rimane quella del recupero di tali materiali, sotto forma di rigenerazione o riciclo.
Sul versante della rigenerazione, il dibattito sull’eco-design, quale progettazione di beni facilmente disassemblabili o con minore contenuto di critical raw material, ha già catturato l’attenzione dei ricercatori. Anche una più stretta interconnessione tra produttori, riciclatori e legislatore (es. istituendo un’etichettatura di prodotto chiaramente leggibile in termini di CRM) e l’istituzione di una cabina di regia unitaria per l’autorizzazione degli impianti che si occupano di recupero potrebbero, in senso lato, favorire i processi di rigenerazione. Certo tali interventi risultano abilitanti per le attività legate al riciclo, che trova nuove opportunità nella mappatura dei siti dismessi, qualità del feedstock e relativi sistemi di flussi, valorizzazione delle strutture di deposito, per promuovere riqualificazione ambientale ed economia circolare. Anche i processi di urban mining rappresentano un modello di economia circolare che permette di attivare tutta la filiera a valle, relativa alla lavorazione delle critical raw material, senza la quale tutto l’impegno nazionale, ed europeo, resterebbe assolutamente improduttivo. La rilocalizzazione/ costruzione della filiera dedicata alla produzione di componenti che inglobano CRM, ad oggi praticamente assente in Italia, rappresenta davvero un punto nevralgico e non più procrastinabile nel dibattito pubblico, orientando l’attenzione di istituzioni, mondo della ricerca, operatori e comunità locali secondo un approccio data-driven e country based.




