L’oro italiano tra record, capitali globali e nuove sfide

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Dai distretti storici di Valenza, Arezzo e Vicenza alle grandi maison internazionali, il settore orafo-gioielliero italiano accelera sui ricavi, investe in digitale e affronta la volatilità delle materie prime in un mercato globale sempre più competitivo

C’è un’Italia che continua a brillare anche quando l’economia globale è attraversata da incertezze, tensioni geopolitiche e mercati in continuo riassestamento. È l’Italia dell’oro, dell’argento e della gioielleria, un comparto che unisce manifattura, creatività e finanza come pochi altri e che nel 2024 ha dimostrato di saper correre più veloce della media dell’industria. Dietro le vetrine delle grandi maison e dei distretti storici, dal Valenza al Vicentino, da Arezzo a Milano, c’è un settore che sta cambiando pelle: più internazionale, più finanziarizzato, più digitale, ma ancora profondamente ancorato a una tradizione produttiva che continua a fare la differenza sui mercati mondiali.

I numeri raccontano una fase di accelerazione. I 101 maggiori operatori del settore orafo-argentiero-gioielliero italiano hanno chiuso il 2024 con ricavi complessivi pari a 8,9 miliardi di euro, in crescita del 6,1% rispetto al 2023 e del 10,1% sul 2022, impiegando quasi 17.100 addetti, con un aumento del 12,5% rispetto a due anni prima. È una fotografia che restituisce l’immagine di un comparto in salute, capace di creare occupazione qualificata e di sostenere una filiera che, a livello nazionale, conta oltre 6.800 imprese e quasi 34 mila lavoratori, con una struttura fatta in larga parte di micro e piccole aziende a forte impronta familiare.

La geografia del valore resta fortemente polarizzata: il Nord Ovest genera il 35,7% dei ricavi, il Nord Est il 33,9%, il Centro Italia il 29,9%, mentre il Sud e le Isole restano marginali. Ma più che le mappe, a cambiare sono gli equilibri proprietari e strategici. Dodici gruppi a controllo estero producono ormai oltre un quarto del fatturato complessivo del settore, con ricavi medi più che doppi rispetto alle aziende a capitale italiano. Nel 2024 un’altra storica maison è passata sotto il controllo di un grande gruppo internazionale, confermando una tendenza che vede i conglomerati del lusso sempre più presenti nei distretti italiani. Questa presenza non è neutra: tra il 2022 e il 2024 le imprese estere hanno registrato una crescita dei ricavi del 22%, contro il +6,8% delle aziende italiane, trainate soprattutto dall’export.

Anche la classifica dei big riflette questa trasformazione. Nel 2024 Bulgari Gioielli si conferma in testa con 846 milioni di euro di ricavi, seguita da Morellato con 723 milioni e da PGI con 637 milioni. Subito dietro arrivano Damiani e UnoAerre Industries, in un mercato in cui tredici società superano i 150 milioni di fatturato. In questo scenario, il controllo dei canali di vendita diventa una leva strategica decisiva: Morellato, dopo l’acquisizione della tedesca Christ, ha portato il peso del retail all’84,6% del giro d’affari, puntando su negozi diretti e digitale per difendere margini, brand experience e fedeltà del cliente.

Ed è proprio sui margini che si misura una delle grandi sfide del settore. Se i ricavi crescono, la redditività mostra segnali di raffreddamento: l’ebit margin medio è sceso dall’8,5% del 2023 al 7,5% nel 2024, con il Nord Ovest che resta l’area più profittevole all’8,8%, seguito dal Nord Est al 7,0%. Nonostante questo, il settore continua a generare utili importanti: nel triennio 2022-2024 il panel ha prodotto circa 1,3 miliardi di euro di profitti, anche se l’incidenza sul fatturato è scesa dal 5,5% al 4,9%. La risposta delle imprese è stata chiara: meno dividendi e più reinvestimenti. La leva finanziaria si è ridotta dal 73,1% al 51,5% in due anni, grazie a un rafforzamento del capitale netto del 36% e a una riduzione dei debiti.

A spingere questa corsa agli investimenti è anche la trasformazione del mercato globale. L’e-commerce della gioielleria cresce a doppia cifra: tra 2023 e 2024 le vendite online mondiali sono salite da 93 a 105 miliardi di dollari, con previsioni di oltre 166 miliardi entro il 2029. In parallelo, i consumatori più giovani guidano la domanda verso prodotti etici, sostenibili e personalizzati, con un’attenzione crescente all’oro riciclato e ai design leggeri e minimalisti. In questo contesto, chi controlla direttamente il rapporto con il cliente, sia nei negozi fisici sia sulle piattaforme digitali, è in grado di catturare una quota maggiore di valore.

Ma l’oro resta anche una materia prima, e qui si apre un altro fronte cruciale. Nel 2025 le quotazioni hanno aggiornato oltre cinquanta massimi storici, chiudendo l’anno con un rendimento del +67%. A dicembre l’oro ha toccato i 4.316 dollari l’oncia, contro i 2.641 di un anno prima e i 1.393 medi del 2019. Anche l’argento ha seguito lo stesso trend, arrivando a 65 dollari l’oncia, mentre il platino è risalito a 1.280 dollari nel 2025. Questa volatilità si riflette nei bilanci: le rimanenze di magazzino dei 101 operatori ammontano a circa 2,8 miliardi di euro, con un aumento del 12% rispetto al 2022, e una crescita particolarmente forte delle scorte di materie prime legata al rialzo dei prezzi dell’oro.

Sul fronte dei mercati internazionali, l’Italia ha vissuto una stagione di grande protagonismo. Tra il 2015 e il 2024 il commercio mondiale di gioielleria è salito da 97 a oltre 130 miliardi di euro, ma la vera sorpresa è la quota italiana, passata dal 5,8% all’11,2% nel 2024, superando Svizzera e India e riportando il Made in Italy al centro delle rotte globali del lusso. Un exploit favorito anche dal boom delle esportazioni verso la Turchia nel 2024, che però nel 2025 ha registrato una brusca inversione: nei primi nove mesi dell’anno l’export italiano del comparto è sceso del 15,2%, con la Turchia in forte calo, mentre Emirati Arabi, Svizzera, Regno Unito, Spagna, Giappone e Cina mostrano segnali di crescita.

Dentro questa oscillazione si gioca il futuro del settore. Da un lato una base produttiva ancora fortemente italiana, con pochi stabilimenti all’estero ma una rete commerciale globale che copre Europa, Asia e Americhe; dall’altro una crescente presenza di capitali internazionali e fondi di investimento che iniziano a scommettere sulle eccellenze del gioiello. È una trasformazione che porta risorse per innovare, digitalizzare e crescere, ma che mette anche sotto pressione un tessuto di imprese familiari chiamate a trovare un equilibrio tra identità e apertura.

Le aspettative per il 2025, nonostante la volatilità dell’export, restano comunque positive: il settore è stimato in crescita del 5,8%, con quasi la metà delle imprese che prevede un miglioramento rispetto al 2024. In un mondo in cui l’oro è tornato a essere un rifugio finanziario e la gioielleria unisce sempre più lusso, tecnologia e sostenibilità, l’Italia sembra avere ancora tutte le carte per restare protagonista. La sfida non è solo brillare, ma farlo in modo strutturato, competitivo e capace di reggere le turbolenze di un mercato globale sempre più complesso.

Fonte dei dati: Area Studi Mediobanca

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Immagine di Giulia Chittaro
Giulia Chittaro

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