Tra cambiamenti climatici, nuovi consumi e competizione internazionale, l’olio d’oliva ridefinisce il proprio ruolo nei mercati globali
L’olio d’oliva non è soltanto uno dei simboli più riconoscibili del Made in Italy, ma anche uno dei settori agricoli che meglio raccontano le trasformazioni in atto nell’economia agroalimentare globale. Dietro una bottiglia di extravergine si intrecciano oggi cambiamenti climatici, nuovi equilibri geopolitici del commercio, evoluzione dei consumi e dinamiche industriali sempre più competitive. Il 2026 si apre così con un paradosso: mentre la domanda mondiale continua a crescere e il valore del prodotto resta elevato, l’Italia — patria culturale dell’olio — si trova a dover ripensare il proprio ruolo produttivo e strategico all’interno della filiera internazionale.
Secondo un recente report pubblicato da Area Studi Mediobanca, negli ultimi trent’anni i consumi mondiali hanno mantenuto una traiettoria costantemente positiva, sostenuti dalla diffusione della dieta mediterranea e da una maggiore attenzione alla qualità alimentare. Dopo due annate difficili segnate dalla siccità, la produzione globale è tornata a crescere con forza, raggiungendo livelli record e riportando equilibrio tra domanda e offerta. In questo nuovo scenario la geografia del mercato sta però cambiando: la Spagna consolida la propria leadership sia nei consumi sia nella produzione, mentre gli Stati Uniti rafforzano il ruolo di grande mercato di sbocco e nuovi Paesi emergenti accelerano la crescita della domanda. L’Italia, pur restando tra i protagonisti, perde terreno sul piano produttivo e scivola nelle classifiche internazionali, evidenziando una fragilità legata soprattutto alla volatilità climatica e alla riduzione delle rese agricole.
Le oscillazioni dei raccolti hanno inciso profondamente sui prezzi. Tra il 2022 e il 2024 le quotazioni dell’extravergine sono quasi raddoppiate nei principali mercati europei, con l’olio italiano stabilmente posizionato su livelli superiori grazie alla qualità percepita. Successivamente i prezzi hanno iniziato a ridimensionarsi, ma senza un parallelo calo dei costi produttivi. Questo squilibrio ha ridotto la redditività agricola e aumentato la pressione economica sulle aziende della filiera primaria, mettendo in evidenza una criticità strutturale: il valore riconosciuto dal mercato non sempre si traduce in margini adeguati per i produttori.
Anche i comportamenti di acquisto stanno cambiando. In Italia la grande distribuzione assorbe circa il 70% dei consumi e negli ultimi mesi si è assistito a un fenomeno significativo: diminuiscono i ricavi complessivi, ma aumentano i volumi venduti. Il calo dei prezzi ha infatti riattivato la domanda, soprattutto per l’extravergine, confermando quanto il consumatore resti sensibile alle variazioni di costo anche quando si tratta di prodotti premium. Crescono le vendite promozionali e si riduce il peso delle private label, segnale di un mercato più competitivo e orientato alla qualità percepita.
Sul fronte internazionale l’Italia mantiene comunque una posizione di rilievo grazie alla forza commerciale delle proprie imprese. L’export continua a crescere e consolida la seconda posizione mondiale, trainato in particolare dal mercato statunitense, seguito da Germania e Francia. Tuttavia emerge un nodo strutturale: la produzione nazionale non è sufficiente a soddisfare il fabbisogno interno e costringe il Paese a importare grandi quantità di olio, soprattutto dalla Spagna. Il risultato è una bilancia commerciale storicamente negativa che riflette la distanza tra prestigio del brand Italia e capacità produttiva effettiva.
Il sistema olivicolo nazionale resta profondamente radicato nei territori. La Puglia domina la produzione con quasi la metà dei volumi italiani, seguita da Sicilia e Calabria, mentre Toscana e Lazio mantengono un ruolo importante sul piano qualitativo. Parallelamente si osservano trasformazioni territoriali inattese: alcune aree tradizionali riducono le superfici coltivate, mentre regioni del Nord registrano incrementi, seppur su scala ancora limitata. Cresce inoltre il valore degli oliveti di pregio e si rafforza il segmento delle denominazioni certificate, con un patrimonio unico di Dop e Igp che rappresenta una quota rilevante delle certificazioni europee del comparto. Anche il biologico continua a espandersi, sostenuto da una domanda sempre più attenta alla sostenibilità.
Dal punto di vista industriale, le aziende olearie italiane mostrano una buona capacità di crescita e internazionalizzazione. Negli ultimi dieci anni fatturato ed export hanno registrato ritmi superiori alla media del settore alimentare, segnale di una filiera dinamica e orientata ai mercati esteri. Rimane però contenuta la redditività operativa, tra le più basse dell’agroalimentare, mentre gli investimenti, pur in aumento, incidono ancora poco sul giro d’affari complessivo. Il settore appare dunque solido dal punto di vista commerciale ma ancora fragile sotto il profilo strutturale e industriale.
L’immagine che emerge è quella di una filiera sospesa tra eccellenza e vulnerabilità. L’olio italiano continua a rappresentare un riferimento globale per qualità, cultura e valore simbolico, ma deve affrontare sfide sempre più complesse: adattamento climatico, rafforzamento della base produttiva, innovazione tecnologica e maggiore integrazione tra agricoltura e industria. Nei prossimi anni la competitività del comparto dipenderà proprio dalla capacità di trasformare queste criticità in leve di evoluzione, mantenendo intatto quel patrimonio identitario che rende l’olio d’oliva uno degli ambasciatori più autentici dell’economia italiana nel mondo.




