L’autonomia della banca centrale non è un retaggio del passato, ma una garanzia attuale di equilibrio in un’economia dove volatilità e pressioni inflazionistiche possono riemergere all’improvviso
L’autonomia della banca centrale torna ciclicamente al centro del dibattito pubblico ogni volta che l’economia attraversa turbolenze, riallineamenti o shock inattesi. L’intervento di Firenze del 24 novembre del Direttore generale della Banca d’Italia e Presidente IVASS Luigi Federico Signorini – da cui prendono spunto queste riflessioni – offre un’occasione utile per capire non tanto cosa accadde nel 1981 con il «divorzio» tra Banca d’Italia e Tesoro, quanto perché quell’impianto istituzionale continui oggi a rappresentare una delle infrastrutture più delicate della stabilità del Paese.
La storia è nota: fino ai primi anni Ottanta la politica monetaria era sostanzialmente vincolata alle esigenze di finanziamento della spesa pubblica. Il risultato fu un’inflazione fuori controllo, un debito in crescita e un sistema incapace di garantire la necessaria fiducia nella moneta. Quel passaggio – avviato allora e consolidato nei decenni successivi fino all’ingresso nell’euro – ha cambiato per sempre la posizione della banca centrale, separandola dalla politica fiscale e riconoscendole un mandato chiaro: proteggere la stabilità dei prezzi.
Oggi, però, la questione non è più solo di natura storica. L’economia globale vive un contesto che rende l’autonomia monetaria più complessa e, allo stesso tempo, più indispensabile. Inflazione tornata protagonista dopo trent’anni, frammentazioni geopolitiche, mercati finanziari ipersensibili e un debito pubblico elevato richiedono un equilibrio delicatissimo. È qui che emerge l’attualità del tema: senza un presidio credibile, la politica monetaria rischia di essere risucchiata nuovamente nelle logiche di breve periodo.
I rischi non sono teorici. In vari Paesi – dall’America Latina alla Turchia – le interferenze politiche sulla gestione dei tassi hanno prodotto fiammate inflazionistiche, perdita di fiducia e instabilità sistemica. La lezione è netta: quando la banca centrale cessa di essere percepita come arbitro indipendente, la moneta diventa vulnerabile. E con essa lo diventano le famiglie, le imprese, gli investitori.
Ma qual è allora la via per evitare che questo accada? Una parte della risposta sta nella solidità delle regole: limiti chiari al finanziamento monetario del debito, piena autonomia sugli strumenti operativi, procedure trasparenti e accountability. Un’altra parte riguarda la qualità delle prassi: dialogo costante con il governo ma senza subordinazione; comunicazione chiara e comprensibile; capacità di reagire con prontezza ai cambiamenti del ciclo economico.
Soprattutto, serve riconoscere che l’autonomia monetaria funziona solo se affiancata da due altri pilastri: disciplina fiscale e dinamiche salariali coerenti con gli obiettivi di stabilità. Non basta una banca centrale indipendente se la finanza pubblica procede senza un quadro di sostenibilità o se la contrattazione ignora la necessità di mantenere l’inflazione sotto controllo. È un tema che all’Italia riguarda da vicino: con un debito tra i più alti d’Europa e con una popolazione esposta a shock sui prezzi, la coerenza tra politiche economiche è una condizione essenziale, non un’opzione.
Il punto di fondo, suggerito anche dal ragionamento presentato a Firenze, è che l’autonomia non è un privilegio tecnico né una questione da addetti ai lavori: è un bene pubblico. Esiste per garantire che la moneta mantenga il suo valore, che gli scambi avvengano in un contesto di fiducia e che l’inflazione non diventi un’imposta occulta sulle fasce più fragili della società. Proteggerla significa preservare un elemento indispensabile alla crescita e allo sviluppo.
Se in passato l’obiettivo era sottrarre la politica monetaria all’emergenza inflazionistica, oggi la sfida è aggiornarne il significato nell’era dell’incertezza globale. Servono istituzioni credibili, procedure trasparenti e una cultura della responsabilità condivisa. Una banca centrale autonoma può fare molto, ma non può fare tutto: il resto spetta alla politica economica, alla qualità del dibattito pubblico e alla capacità di guardare oltre il ciclo elettorale.
È questo, più di ogni richiamo storico, il punto che oggi conta davvero. L’autonomia non è un residuo del passato: è una condizione per affrontare il futuro con stabilità e fiducia.




