Cresce la fiducia delle imprese manifatturiere, ma la carenza di competenze e il passaggio generazionale restano i principali nodi da sciogliere
Le imprese manifatturiere del IV Capitalismo guardano al 2026 con fiducia nonostante uno scenario internazionale segnato da tensioni geopolitiche e protezionismo. A trainare la crescita sarà ancora una volta l’export, mentre competitività, capitale umano e governance si confermano le sfide decisive per il futuro dell’industria italiana.
Il manifatturiero italiano continua a dimostrare una notevole capacità di adattamento. In un contesto internazionale caratterizzato da instabilità geopolitica, tensioni commerciali e rallentamento dell’economia globale, le imprese del cosiddetto IV Capitalismo prevedono comunque di chiudere il 2026 con un incremento medio del fatturato del 2,5%, sostenuto soprattutto dalla crescita delle esportazioni, attese in aumento del 3%.
È il quadro che emerge dalla quinta indagine congiunturale e strutturale sulle imprese manifatturiere del IV Capitalismo, realizzata dall’Area Studi Mediobanca su un campione di 504 aziende, rappresentative del 16% del fatturato complessivo del comparto. L’analisi conferma come il cuore dell’industria manifatturiera italiana continui a fondare la propria competitività su qualità, innovazione e capacità di differenziarsi, piuttosto che sulla competizione di prezzo.
Crescita attesa, ma le imprese chiedono condizioni più favorevoli
Il clima di fiducia resta prevalente. Il 62% delle imprese si aspetta un aumento del fatturato nel corso del 2026, mentre il 18% prevede una situazione stabile e il 20% teme una contrazione.
L’export continua a rappresentare il principale motore dello sviluppo. Il 58% delle aziende stima infatti una crescita delle vendite all’estero, a fronte di un 26% che prevede stabilità e di un 16% che ipotizza una flessione.
Le prospettive positive non cancellano però le criticità dello scenario internazionale. Oltre otto imprese su dieci ritengono fondamentale un miglioramento del contesto geopolitico per sostenere gli investimenti nel biennio 2026-2027. Tra le priorità indicate figurano anche la riduzione dei costi energetici e delle materie prime, considerata strategica dal 56,2% degli intervistati, e una diminuzione del cuneo fiscale sul lavoro, richiesta dal 41,3% delle aziende.
La competitività non si gioca più sul prezzo
Uno degli elementi più significativi emersi dall’indagine riguarda il cambiamento del modello competitivo delle imprese italiane.
La leva principale non è più il prezzo, bensì la capacità di offrire prodotti e servizi ad alto valore aggiunto. Il 65% delle aziende indica infatti nella personalizzazione dell’offerta il proprio principale fattore competitivo. Seguono la reputazione del marchio (56%) e la qualità dei prodotti, che consente di mantenere strategie di prezzo premium (47%).
Anche le competenze delle persone assumono un peso crescente: quasi un’impresa su due considera il capitale umano una risorsa decisiva per competere sui mercati internazionali, davanti persino all’innovazione tecnologica e alla diversificazione geografica delle vendite.
Al contrario, il prezzo di vendita viene considerato determinante soltanto dal 22% delle imprese, confermando come il manifatturiero italiano punti sempre più sulla differenziazione piuttosto che sulla competizione di costo.
Dazi e tensioni commerciali: prevale una strategia prudente
Il rapporto dedica spazio anche agli effetti delle politiche protezionistiche, in particolare negli Stati Uniti, mercato nel quale esporta il 57% delle imprese intervistate.
La reazione prevalente non è stata quella di modificare profondamente le strategie industriali. Il 45,7% delle aziende ha scelto di mantenere invariati i prezzi senza ridurre i volumi esportati, mentre il 29,6% ha preferito difendere i listini accettando una contrazione delle quantità vendute.
Solo una quota contenuta ha deciso di diversificare verso altri mercati o di valutare interventi strutturali, come l’apertura di stabilimenti produttivi negli Stati Uniti.
Il capitale umano è il vero collo di bottiglia
Se sul fronte commerciale prevale l’ottimismo, il mercato del lavoro rappresenta oggi la principale criticità per la crescita.
L’86% delle imprese segnala difficoltà nel reperire personale. Il problema non riguarda soltanto il numero delle candidature, ma soprattutto il divario tra le competenze richieste dalle aziende e quelle disponibili sul mercato.
Le figure più difficili da trovare restano tecnici specializzati e operai qualificati, una carenza che interessa ormai trasversalmente tutto il sistema manifatturiero italiano.
Per sostenere la produzione, il 76% delle imprese ricorre anche a lavoratori stranieri, che rappresentano mediamente il 14% della forza lavoro. La scelta, sottolinea l’indagine, nasce principalmente dalla difficoltà di reperire personale disponibile e adeguatamente formato, mentre il vantaggio legato a un minore costo del lavoro viene indicato solo da una quota marginale delle aziende.
Giovani e formazione al centro delle strategie aziendali
L’indagine evidenzia anche un crescente impegno delle imprese verso le nuove generazioni.
Negli ultimi cinque anni il 42% delle assunzioni ha riguardato lavoratori con meno di 35 anni e oltre il 60% di questi continua a lavorare nella stessa azienda.
Per attrarre e trattenere i giovani, le imprese investono soprattutto in welfare aziendale, percorsi di formazione continua, aggiornamento professionale e sistemi di incentivazione meritocratica. Cresce anche l’attenzione verso onboarding, mentoring e maggiore autonomia operativa, strumenti considerati essenziali per rendere più attrattive le aziende manifatturiere.
Imprese familiari, la sfida è il ricambio generazionale
Il IV Capitalismo continua a essere caratterizzato da una forte presenza di imprese familiari.
Oltre la metà delle aziende (52%) è ormai arrivata alla seconda generazione imprenditoriale, mentre il 28% è ancora guidato dal fondatore.
Il passaggio generazionale rappresenta però una fase delicata. La criticità più frequente è la resistenza al cambiamento da parte della generazione uscente, seguita dal limitato interesse degli eredi e dalla necessità di rafforzarne le competenze manageriali.
Anche l’apertura del capitale procede con cautela. Soltanto il 17,2% delle imprese dichiara di valutare concretamente l’ingresso di nuovi soci, mentre la maggioranza preferisce preservare il controllo familiare. Quando questa opzione viene presa in considerazione, l’obiettivo è soprattutto sostenere la crescita attraverso acquisizioni, finanziare nuovi investimenti e introdurre competenze manageriali esterne.
Un modello industriale che punta sul valore
L’indagine restituisce l’immagine di un sistema manifatturiero che continua a investire nel proprio posizionamento competitivo nonostante le incertezze internazionali.
Le prospettive di crescita sono sostenute dall’export e dalla capacità delle imprese di creare valore attraverso qualità, personalizzazione e forza del marchio. Allo stesso tempo, emergono con chiarezza le sfide che accompagneranno il comparto nei prossimi anni: reperire competenze adeguate, attrarre giovani talenti e gestire con successo il ricambio generazionale saranno elementi decisivi per mantenere la competitività dell’industria italiana sui mercati globali.




