Imprese italiane, export e investimenti sostengono la ripresa

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L’indagine dell’Area Studi Mediobanca sui bilanci di 1.700 società fotografa un 2025 in lieve crescita: fatturato a +0,5%, esportazioni a +3,3% e investimenti reali al massimo del decennio. Dietro i risultati complessivi emergono differenze profonde tra settori, mentre resta aperta la questione del potere d’acquisto del lavoro.

Le imprese italiane tornano a crescere, ma la ripresa procede con velocità diverse e continua a dipendere soprattutto dai mercati esteri. Nel 2025 il fatturato delle 1.700 società analizzate dall’Area Studi Mediobanca aumenta dello 0,5%, interrompendo due anni di contrazione. L’export sale del 3,3%, mentre le vendite sul mercato interno diminuiscono dell’1%. Intanto, gli investimenti materiali raggiungono il livello più alto del decennio e l’occupazione prosegue la propria espansione.

È una fotografia che restituisce la capacità di tenuta di una parte importante del sistema produttivo italiano, ma invita a guardare oltre il dato aggregato. La crescita dei ricavi rimane contenuta, alcuni comparti attraversano difficoltà strutturali e l’aumento nominale del costo del lavoro non ha ancora compensato pienamente l’inflazione.

A delineare questo scenario è la nuova edizione dei “Dati Cumulativi” dell’Area Studi Mediobanca, presentata il 28 settembre 2026 e dedicata ai bilanci di 1.700 società industriali e terziarie nel periodo 2016-2025. Il filo conduttore dell’indagine è chiaro: la competitività delle imprese si misura nella capacità di trasformare vendite e investimenti in valore duraturo, occupazione e remunerazioni adeguate.

Fatturato delle imprese italiane: l’export guida il recupero nel 2025

Il ritorno alla crescita arriva dopo il calo del fatturato del 6,2% nel 2023 e del 3% nel 2024. Il +0,5% del 2025 rappresenta quindi un’inversione di direzione, ma la sua dimensione suggerisce prudenza: è un recupero ancora limitato, sostenuto dalla domanda estera.

La manifattura presenta risultati più favorevoli rispetto all’intero campione. Il fatturato cresce dell’1,7%, grazie all’aumento del 2,9% delle esportazioni e a una sostanziale stabilità delle vendite domestiche, in progresso dello 0,3%.

Questi numeri confermano il ruolo dei mercati internazionali per le imprese italiane. Vendere oltreconfine amplia le opportunità commerciali e consente di compensare, almeno in parte, la debolezza della domanda nazionale. Allo stesso tempo, una crescita così legata all’export rende rilevante la capacità di diversificare i mercati e gestire l’esposizione alle oscillazioni della domanda estera.

Lo sguardo sul decennio rafforza questa lettura. Tra il 2016 e il 2025 il fatturato delle 1.700 società aumenta del 39,6%, con esportazioni in crescita del 45,6% e vendite interne del 36,4%. Nella manifattura, i ricavi salgono del 41,3%.

Si tratta, però, di incrementi nominali, che incorporano anche le variazioni dei prezzi. Non possono quindi essere interpretati automaticamente come aumenti equivalenti delle quantità prodotte o vendute. La distinzione è essenziale per comprendere quanto della crescita derivi dall’espansione dell’attività e quanto dal contesto inflazionistico.

Made in Italy e medie imprese: i motori della crescita nel decennio

Tra gli aggregati più dinamici emergono il made in Italy, con un aumento decennale del fatturato del 55,3%, e il IV Capitalismo, al +50,4%. Quest’ultima espressione identifica il sistema delle medie e medio-grandi imprese manifatturiere, una componente centrale del modello industriale italiano.

Il dato suggerisce che la dimensione aziendale, da sola, non determina la capacità di crescere. Specializzazione e posizionamento competitivo possono consentire anche a imprese lontane dalla scala dei maggiori gruppi di ottenere risultati significativi.

Il quadro settoriale resta tuttavia molto differenziato. Nel periodo 2016-2025, l’impiantistica registra una crescita dei ricavi del 142,5% e le costruzioni del 131,1%. All’estremo opposto, emittenza radiotelevisiva, stampa-editoria e telecomunicazioni rimangono sotto i livelli iniziali, con flessioni rispettivamente del 12,5%, del 4,4% e del 3,7%.

Anche all’interno di una stessa filiera le traiettorie possono divergere. Nei mezzi di trasporto, l’automotive perde l’8,4% del fatturato nel decennio, con vendite interne in calo del 18,5% ed esportazioni del 3,1%. La cantieristica navale cresce invece del 115,8% e il ferroviario dell’86,8%.

Parlare genericamente di andamento dell’industria rischia dunque di nascondere trasformazioni rilevanti. Le prospettive di un’impresa dipendono anche dal segmento in cui opera, dai mercati serviti e dalla capacità di adattare la propria offerta.

Redditività stabile: quanto resta alle imprese dopo i costi operativi

Nel 2025 la redditività operativa delle società analizzate si mantiene su livelli superiori alla media del periodo. L’EBIT margin si attesta al 6,7%, lo stesso valore del 2024.

L’indicatore misura il rapporto tra risultato operativo e fatturato: in termini semplificati, segnala quanto resta dei ricavi dopo i costi operativi, prima degli oneri finanziari e delle imposte. Un margine del 6,7% equivale quindi a circa 6,7 euro di risultato operativo ogni 100 euro di vendite.

Dopo il minimo del 4,1% raggiunto nel 2020, la redditività ha recuperato terreno. La media del triennio 2023-2025 è pari al 6,8%, contro il 5,6% dei sette anni precedenti.

Le differenze tra aggregati sono consistenti. Le imprese pubbliche raggiungono un margine del 9,3%, mentre le private si fermano al 6%. Nella manifattura, le società a controllo estero arrivano all’8,1% e quelle del made in Italy al 7,5%, entrambi massimi del decennio. Il IV Capitalismo registra il 6,9%, contro il 3,6% dei maggiori gruppi manifatturieri.

Questi confronti vanno letti considerando la diversa composizione settoriale degli aggregati: non dimostrano, da soli, la superiorità di un assetto proprietario o di una dimensione aziendale.

Anche i rendimenti del capitale restano sopra i livelli precedenti alla pandemia, pur arretrando rispetto al biennio 2023-2024. Nel 2025 il ROI, indicatore del rendimento del capitale investito, si attesta all’8,8%; il ROE, che misura il rendimento del patrimonio netto, scende al 9,2%. La tenuta dei margini sulle vendite convive quindi con una minore remunerazione del capitale rispetto ai picchi recenti.

Investimenti delle imprese: 35,5 miliardi, il massimo del decennio

Uno dei segnali più significativi riguarda gli investimenti. Nel 2025 gli investimenti materiali lordi delle società osservate raggiungono 35,5 miliardi di euro a prezzi costanti, il massimo del periodo analizzato: +47,2% rispetto al 2016 e +22,4% rispetto al 2019.

L’utilizzo di valori a prezzi costanti consente di depurare il confronto dall’effetto dell’inflazione. In questo caso, quindi, la crescita indica un effettivo rafforzamento degli investimenti rispetto agli anni precedenti.

Rispetto al 2019, l’aumento interessa sia le imprese pubbliche, al +24,9%, sia le private, al +20,7%. È soprattutto l’industria a sostenere l’espansione: gli investimenti crescono del 32,8%, raggiungendo 25,7 miliardi. Nel terziario l’incremento si limita invece all’1,6%.

Nella manifattura gli investimenti arrivano a 14,7 miliardi, il 13% in più del 2019. All’interno del comparto spiccano le società a controllo estero, con un aumento del 23,1%, e le medie imprese, al +20,2%.

Il dato è rilevante anche in prospettiva. Investire in beni materiali significa rafforzare la base produttiva, ma il beneficio futuro dipenderà dalla capacità di utilizzare efficacemente le nuove risorse. Il volume della spesa, da solo, non garantisce un aumento della produttività o dei margini.

Il rafforzamento degli investimenti si accompagna a un rapporto tra debiti finanziari e mezzi propri del 73,8%, inferiore alla media del 78,9% registrata nel periodo 2016-2024. Nel complesso del campione, dunque, l’espansione convive con un’incidenza del debito sul patrimonio più contenuta rispetto alla media precedente.

Occupazione in crescita, ma con forti differenze tra settori

L’occupazione aumenta dell’1,3% nel 2025 e dell’11,8% nell’intero decennio. Nella manifattura, la crescita dell’ultimo anno è dello 0,9%.

Tra il 2016 e il 2025 le società private ampliano gli organici del 16,3%, mentre quelle pubbliche registrano una riduzione del 4,9%. Gli incrementi raggiungono il 20% nelle imprese a controllo estero, il 17% nel IV Capitalismo e il 15,7% nel made in Italy.

Anche il lavoro segue traiettorie settoriali molto diverse. Gli addetti aumentano del 47,4% nel comparto pelli e cuoio, del 37,4% nell’impiantistica e del 34,3% nella distribuzione al dettaglio. Crescono anche nei trasporti e nelle costruzioni.

Le telecomunicazioni perdono invece il 26,8% degli occupati, la stampa-editoria il 13,5% e il comparto degli elettrodomestici e apparecchi radio-TV il 13,2%.

La crescita complessiva dell’occupazione convive quindi con una redistribuzione delle opportunità. Per imprese e lavoratori, questo rende centrali la formazione e l’aggiornamento delle competenze, soprattutto nei comparti che stanno modificando struttura e dimensione.

Creazione di valore: perché aumentare il fatturato non basta

Per valutare la qualità dei risultati, lo studio utilizza anche l’EVA 2.0, una misura della capacità di creare valore dopo aver remunerato tutti gli stakeholder, compresi i portatori di capitale proprio.

In termini semplici, l’indicatore verifica se l’attività economica produce un valore ulteriore dopo aver riconosciuto la remunerazione delle risorse impiegate. Nel decennio 2016-2025, le 1.700 società generano in media 9.300 euro annui per addetto.

Questa cifra non rappresenta uno stipendio aggiuntivo, né una somma automaticamente disponibile per la distribuzione: è un indicatore economico della creazione di valore.

Le medie imprese manifatturiere raggiungono 12.700 euro annui per addetto, il 76% in più rispetto ai 7.200 euro medi della manifattura. Le medio-grandi arrivano a 11.100 euro. Entrambi gli aggregati mantengono inoltre un EVA 2.0 positivo in tutti i dieci esercizi considerati.

Il confronto tra settori mostra perché sia necessario distinguere crescita e creazione di valore. L’impiantistica, pur avendo più che raddoppiato il fatturato nel decennio, presenta un EVA 2.0 medio negativo di 18.800 euro per addetto. Anche le costruzioni associano una forte espansione dei ricavi a un valore medio negativo, pari a 2.600 euro per occupato.

Sono risultati che non consentono di giudicare le singole aziende, ma chiariscono un punto: vendere di più non significa necessariamente remunerare in modo adeguato tutte le risorse utilizzate.

Tra i comparti manifatturieri con indicatore positivo in ogni anno del decennio figurano farmaceutico e cosmetico, bevande, gomma e cavi, cartario, legno e mobili, alimentare non bevande e meccanico. La continuità dei risultati aggiunge così una dimensione importante alla valutazione della competitività.

Produttività e costo del lavoro: il recupero dell’inflazione è incompleto

Il rapporto tra risultati delle imprese e remunerazione del lavoro è uno dei passaggi più delicati dell’indagine.

Nel decennio la produttività nominale del lavoro cresce del 22,6%, mentre il costo del lavoro per dipendente aumenta del 18,8%. Nella manifattura gli incrementi sono rispettivamente del 23,4% e del 21,7%. Il terziario presenta una dinamica diversa: produttività nominale in calo dello 0,4% e costo del lavoro in aumento del 10,2%.

Anche qui occorre distinguere valori nominali e reali. Considerando un’inflazione cumulata del 21,4%, nel 2025 il costo del lavoro per dipendente risulta inferiore del 2,2% rispetto al 2016. Il divario raggiunge il 5,9% rispetto al 2021, prima dell’accelerazione dei prezzi.

Il recupero degli ultimi anni è quindi ancora incompleto. Secondo lo studio, per tornare al livello reale del 2021 il costo medio annuo del lavoro per dipendente avrebbe dovuto raggiungere circa 71.500 euro nel 2025, contro i 67.300 effettivamente registrati: una differenza di circa 4.200 euro.

Il costo del lavoro non coincide con lo stipendio netto, perché comprende anche altre componenti sostenute dall’impresa, tra cui gli oneri contributivi. Il divario non va dunque interpretato come una somma equivalente da aggiungere direttamente alla retribuzione percepita.

Lo studio rapporta questa distanza al valore medio annuo per addetto generato nel quinquennio 2021-2025: i 4.200 euro corrispondono al 36,9% di tale valore. Nella manifattura, l’adeguamento stimato sarebbe di 2.400 euro, pari al 25,3%.

È un confronto utile per discutere il rapporto tra produttività, remunerazioni e capacità economica delle imprese. Le medie aggregate, tuttavia, non descrivono la sostenibilità di un adeguamento per ogni singola azienda.

Cosa racconta il campione analizzato sull’economia italiana

Per interpretare correttamente i risultati è essenziale conoscere il perimetro dello studio. Le 1.700 società sono prevalentemente di media e grande dimensione e l’analisi riguarda le sole attività svolte in Italia.

Il campione comprende pressoché tutte le imprese italiane con oltre 500 dipendenti e rappresenta il 43% del fatturato dell’intera industria. Nella manifattura copre il 48% del fatturato, il 61% delle esportazioni, il 31% degli occupati e il 50% degli investimenti fissi lordi.

È dunque una rappresentazione ampia di una componente strategica del sistema produttivo, ma non dell’intera economia italiana, nella quale hanno un peso rilevante anche micro e piccole imprese.

Gli aggregati sono inoltre costruiti su insiemi chiusi di aziende in continuità operativa, per rendere confrontabili le serie storiche. Questa scelta permette di seguire l’evoluzione delle imprese osservate, ma non restituisce direttamente il contributo delle nuove aziende o gli effetti delle uscite dal mercato.

La sfida futura: trasformare gli investimenti in crescita condivisa

L’analisi storica offre un’ulteriore prospettiva. Tra il 1968 e il 2025 il fatturato reale delle principali imprese italiane cresce del 190,4%, contro il 162,6% del PIL.

Il confronto mette in evidenza il dinamismo di questa componente del sistema produttivo, pur riguardando grandezze diverse: il fatturato misura le vendite, mentre il PIL misura il valore aggiunto prodotto nell’economia.

I dati più recenti indicano imprese capaci di investire, mantenere margini operativi e ampliare l’occupazione anche con una crescita limitata dei ricavi. Mostrano però anche una domanda interna debole, comparti in difficoltà e un recupero ancora parziale del valore reale del costo del lavoro.

La sfida dei prossimi anni sarà trasformare il rafforzamento della base produttiva in maggiore produttività e valore duraturo. Per le imprese, questo significa affiancare agli investimenti materiali lo sviluppo delle competenze e la capacità di presidiare mercati diversi. Per il sistema economico, significa rendere più ampio il collegamento tra competitività aziendale, qualità del lavoro e crescita della domanda.

Fonte: Area Studi Mediobanca, Dati Cumulativi di 1.700 società italiane: un’analisi del decennio 2016-2025, comunicato del 28 settembre 2026. Documentazione disponibile su areastudimediobanca.com.

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