Welfare, competitività e valore per l’economia reale. Intervista a Stefania Rausa, Chief Marketing & Product Officer di Edenred Italia
Nel dibattito sulla competitività delle imprese, il welfare aziendale sta assumendo un ruolo sempre più centrale, superando definitivamente la dimensione di semplice leva HR per affermarsi come fattore strategico di crescita. In un contesto in cui attrarre e trattenere competenze qualificate rappresenta una delle principali sfide per le organizzazioni, la capacità di rispondere ai bisogni concreti delle persone diventa un elemento distintivo, capace di incidere direttamente su performance, produttività e sviluppo.
Non si tratta più soltanto di offrire benefit, ma di costruire modelli organizzativi in grado di semplificare la vita quotidiana dei lavoratori, migliorare l’esperienza professionale e rafforzare il legame tra impresa e capitale umano. Un’evoluzione che riguarda in modo trasversale grandi aziende e PMI, e che si intreccia con temi come la sostenibilità sociale, la trasformazione del lavoro e la creazione di valore nei territori.
In questo scenario si inserisce il contributo di Stefania Rausa, Chief Marketing & Product Officer di Edenred Italia, che analizza il ruolo del welfare come leva economica e competitiva, offrendo una lettura articolata delle sue implicazioni per le imprese e per l’intero sistema produttivo.
Per molto tempo il welfare è stato considerato un tema HR. Oggi sembra incidere su competitività e crescita. Sta cambiando il modo in cui le imprese lo interpretano?
«Sì, ed è cambiato insieme al ruolo dell’HR, che oggi non è più solo una funzione di supporto, ma una regia centrale dell’evoluzione organizzativa. Le aziende hanno compreso che le persone non valutano più solo la retribuzione, ma quanto l’organizzazione riesce a semplificare la loro vita quotidiana. In questo senso, il welfare è diventato una leva concreta di competitività. Non è più solo uno strumento fiscale, ma un investimento che incide sulla crescita.
Lo confermano anche i dati del Corporate Welfare Lab, l’osservatorio che abbiamo sviluppato con Luiss Business School : le aziende che hanno piani strutturati performano meglio rispetto a quelle che ne sono prive, con differenziali di fatturato che sfiorano il +19,5% per le grandi imprese, +29,8% per le medie e +26,7% per le piccole».
Le PMI competono sempre più sul terreno dell’attrattività. Quanto pesa il welfare in questo contesto?
« Nelle PMI il welfare è ancora più determinante, perché il valore dell’azienda è fortemente legato alle persone. Quando una figura chiave se ne va, porta con sé competenze, relazioni e capacità operativa. Per questo un piano welfare strutturato diventa un segnale molto forte: comunica attenzione reale verso chi lavora. E questo si riflette sulla capacità di attrarre e trattenere talenti. I numeri lo dimostrano: nelle PMI con welfare strutturato, ogni uscita viene compensata in media da 3,3 nuovi ingressi, contro i 2,4 delle aziende che non adottano un approccio sistemico».
Le imprese chiedono sempre più dati. Succede anche in ambito welfare?
«Sì, ma il punto non è più quanti benefit vengono offerti. Oggi conta capire quanto rispondono davvero ai bisogni delle persone. Un benefit è utile se intercetta una necessità concreta, non se rimane un’opzione sulla carta. E questo richiede una lettura più profonda della popolazione aziendale, fatta di età, ruoli, carichi familiari e priorità differenti. Allo stesso tempo, indicatori come turnover e retention vengono letti sempre più come metriche economiche: trattenere competenze significa garantire continuità e valore, perderle significa sostenere costi e rallentamenti».
Quanto conta l’esperienza d’uso nella riuscita di un piano welfare?
«Conta moltissimo. Le persone si aspettano strumenti semplici, immediati, facili da utilizzare. Solo ciò che è accessibile entra davvero nella quotidianità. Ma la semplicità da sola non basta. Oggi nelle aziende convivono fino a quattro generazioni, con esigenze molto diverse tra loro. La vera efficacia del welfare sta nella capacità di offrire soluzioni che si adattino a bisogni differenti : dalla gestione familiare al benessere personale, fino ai consumi quotidiani. I dati quindi aiutano le imprese a passare da un welfare “uguale per tutti” a un welfare realmente utile, capace di incidere sul modo in cui le persone vivono il lavoro e di riflesso sulla performance dell’organizzazione».
Edenred connette imprese, lavoratori ed esercenti. Che impatto ha questo ecosistema sull’economia reale?
«Il welfare aziendale rappresenta oggi un sostegno concreto al reddito. Tra buoni pasto e fringe benefit, un’azienda può mettere a disposizione fino a circa 2.700 euro esentasse, che per molte persone equivalgono a una o due mensilità in più. Ma l’impatto è anche più ampio: i buoni pasto generano un flusso economico che coinvolge circa 170.000 esercizi in Italia, per un valore di 4,5 miliardi di euro. Questo significa sostenere ristoranti, negozi e attività locali. È un sistema che crea valore per tutti: per chi lavora, per le imprese e per l’economia del territorio».
Guardando ai prossimi anni, come evolverà il welfare aziendale?
«Credo lungo tre direttrici principali: la prima è la stabilità normativa, fondamentale per permettere alle imprese di pianificare. La seconda è la semplicità : processi snelli per le aziende e strumenti intuitivi per le persone. La terza è la personalizzazione. Il modello “uguale per tutti” non funziona più: il welfare del futuro sarà sempre più capace di rispecchiare questa eterogeneità, offrendo soluzioni flessibili, adattabili e realmente in linea con i bisogni individuali».




