I limiti del PIL come bussola delle politiche economiche

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Il PIL racconta l’attività di mercato, ma non il benessere reale delle persone né la qualità delle scelte per il futuro. L’analisi di Simone Strocchi investitore e promotore di interventi per lo sviluppo dei mercati e delle politiche economiche 

In un paese di montagna si riempie una brocca di acqua di fonte, canalizzata da un piccolo acquedotto locale. Si beve. Il bisogno è soddisfatto, la qualità è alta. Il contributo al PIL è praticamente nullo. In città si compra una cassa di acqua in bottiglie di plastica, la si porta a casa, si riempie un bicchiere e si beve. Il gesto è lo stesso. Il contributo al Prodotto Interno Lordo è positivo.

Questa differenza dice molto su cosa il PIL misura davvero. E soprattutto su ciò che non misura. Il PIL non è una misura della felicità, né del benessere, né della qualità della vita. Misura una cosa molto più specifica: quanta attività economica industrializzata o intermediata profittevolmente dal mercato interno viene attivata per soddisfare i bisogni e desideri delle persone.

Quando il valore non passa dal mercato

Ogni società soddisfa bisogni fondamentali – mangiare, bere, abitare, prendersi cura, divertirsi – in modi diversi. Nelle economie più avanzate una parte crescente di queste attività è affidata al mercato e all’industria. In altri contesti, o all’interno delle famiglie, molte funzioni restano gestite nell’economia domestica. Questo non significa che non abbiano valore. Significa che producono poco valore misurabile dal punto di vista statistico. Gli alimenti surgelati acquistati contribuiscono al PIL. La pasta fatta in casa ha un impatto infinitamente più basso. Il bisogno è soddisfatto in entrambi i casi. Cambia solo la quantità di economia di mercato coinvolta.

Il PIL cresce anche quando si rimedia a un disastro

C’è poi un altro paradosso noto agli economisti, ma meno al dibattito pubblico. Dopo un’alluvione, un terremoto o una guerra, la ricostruzione fa crescere il PIL dell’area colpita. Aumentano cantieri, investimenti, talvolta anche l’occupazione. Ma nessuno direbbe che, per questo, si viva meglio di prima. Il PIL registra l’attività necessaria a riparare una distruzione di patrimonio. Non misura la perdita subita, né il livello di benessere o di ricchezza complessiva.

Demografia: più persone, più PIL

Anche la demografia conta. In territori dove la popolazione cresce, il PIL tende a salire: più persone significano più consumi, più servizi, più transazioni economiche. Dove la popolazione diminuisce, il PIL rallenta o scende, anche se la qualità della vita può restare elevata. Ancora una volta, il dato economico segue i flussi economicamente misurabili, non il benessere.

Transizione verde e sostituzioni forzate

Lo stesso ragionamento vale per molte politiche di transizione tecnologica o ambientale. Sostituire beni e macchinari ha senso, anche in termini di impatto ambientale, se avviene a fine ciclo, rispettando la loro normale durata. In questo caso si rinnova il “capitale” senza sprecarlo. Quando, invece, la sostituzione è anticipata e imposta, il PIL cresce perché si compra di più. Ma il sistema può impoverirsi: beni ancora funzionanti vengono dismessi, famiglie e imprese anticipano costi, il patrimonio complessivo si riduce. Il PIL sale. Il benessere non necessariamente.

Debito, PIL e libertà delle generazioni future

C’è infine una dimensione spesso trascurata: il rapporto tra PIL e debito pubblico. Più elevato è il debito trasferito sulle generazioni future, più diventa stringente il vincolo tra crescita del PIL e sostenibilità finanziaria. Questo spinge i sistemi economici a industrializzare e monetizzare un numero crescente di attività, trasformando in flussi di mercato anche ciò che potrebbe restare nell’economia domestica o sociale. Ridurre il ricorso a nuovo debito non è quindi solo una scelta contabile. È una scelta di libertà: significa lasciare ai nostri figli e nipoti e a chi verrà la possibilità di organizzare la propria vita secondo principi non necessariamente già codificati, standardizzati o imposti oggi per il futuro.

Uno strumento utile, ma non una bussola

Il PIL resta un indicatore importante. Serve a capire quanta economia di mercato è attiva, quanto un sistema è industrializzato, quanta produzione passa da imprese e intermediari. Ma non può essere scambiato per una misura di ciò che conta in termini assoluti nella vita delle persone. Confondere questi piani porta a decisioni sbagliate e a politiche miopi. Riconoscerne i limiti, invece, è il primo passo per discutere seriamente di benessere, sostenibilità e futuro.

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Immagine di Simone Strocchi
Simone Strocchi

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