L’area dell’euro cresce più delle attese, ma energia e geopolitica riportano l’inflazione al centro. Francoforte alza i tassi e indica nelle riforme, nella produttività e negli investimenti la strada per rafforzare la competitività europea
L’economia europea sta mostrando una capacità di resistenza superiore alle attese, ma dietro questa tenuta si sta delineando un cambiamento più profondo del modello di crescita. Intelligenza artificiale, digitalizzazione, infrastrutture e difesa acquistano un peso crescente negli investimenti, mentre l’energia torna a esercitare una pressione significativa sui prezzi e la competizione industriale internazionale, soprattutto quella proveniente dalla Cina, mette alla prova alcuni dei tradizionali punti di forza del sistema produttivo continentale.
È il quadro che emerge dal Bollettino economico numero 6 del 2026 della Banca centrale europea, che fotografa un’area dell’euro sospesa tra resilienza e vulnerabilità. Da un lato, il PIL ha sorpreso positivamente, il mercato del lavoro continua a reggere e gli investimenti tecnologici stanno creando nuove direttrici di sviluppo. Dall’altro, il conflitto in Medio Oriente e le tensioni internazionali hanno riportato l’energia al centro dello scenario macroeconomico, spingendo l’inflazione nuovamente sopra il 3 per cento e inducendo la BCE a intervenire ancora sui tassi.
Il 10 settembre il Consiglio direttivo ha infatti deciso di aumentare di 25 punti base i tre tassi di riferimento. Dal 16 settembre il tasso sui depositi presso la banca centrale è così salito al 2,50 per cento, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,65 per cento e quello sulle operazioni di rifinanziamento marginale al 2,90 per cento. La BCE ribadisce al tempo stesso che non esiste un percorso predeterminato: le prossime decisioni continueranno a dipendere dai dati, dall’evoluzione dell’inflazione e dalla trasmissione della politica monetaria.
Una crescita debole nei numeri, ma più resistente del previsto
La prima indicazione significativa riguarda la capacità di tenuta dell’economia. Nel secondo trimestre del 2026 il PIL reale dell’area dell’euro è cresciuto dello 0,6 per cento rispetto al trimestre precedente, dopo la stagnazione registrata nei primi tre mesi dell’anno. Il dato risente della forte volatilità dell’economia irlandese, ma anche escludendo l’Irlanda la crescita si è attestata allo 0,3 per cento.
La BCE prevede ora un aumento del PIL dello 0,9 per cento nel 2026, dell’1,4 per cento nel 2027 e dell’1,5 per cento nel 2028. Le stime per il 2026 e il 2027 sono state corrette al rialzo rispetto a giugno, proprio perché consumi, spesa pubblica e attività economica hanno dimostrato una maggiore capacità di resistenza.
Non si tratta, tuttavia, di una ripresa uniforme. Nel secondo trimestre i consumi privati sono aumentati dello 0,4 per cento, sostenuti dai servizi e da flussi turistici favorevoli. Gli indicatori successivi suggeriscono però un rallentamento: a luglio le vendite al dettaglio sono diminuite dello 0,6 per cento rispetto al mese precedente. Energia cara e incertezza geopolitica continuano infatti a pesare sulle decisioni delle famiglie.
A controbilanciare questi fattori intervengono la tenuta dei redditi e della ricchezza e una situazione finanziaria delle famiglie che la BCE descrive come caratterizzata da livelli storicamente contenuti di indebitamento e leva finanziaria.
Il nuovo asse degli investimenti passa da IA e digitalizzazione
È soprattutto osservando gli investimenti che emerge uno dei cambiamenti strutturali più interessanti.
Nel secondo trimestre gli investimenti delle imprese, al netto delle componenti più volatili, hanno registrato una lieve contrazione dello 0,1 per cento. La BCE si attende però un’accelerazione nella seconda parte dell’anno. E a determinare questo cambio di passo dovrebbero essere soprattutto intelligenza artificiale, digitalizzazione, robotizzazione e difesa.
Gli investimenti materiali sono sostenuti dalla domanda di hardware per l’IA, robotica e prodotti destinati al settore della difesa, mentre sul versante immateriale continua a crescere la spinta alla digitalizzazione. Particolarmente significativo è il fenomeno dei data center: secondo il Bollettino, l’espansione del cloud e l’adozione dell’intelligenza artificiale stanno favorendo una crescente costruzione di queste infrastrutture nei Paesi dell’Europa meridionale, grazie alla disponibilità di energie rinnovabili, terreni e risorse del Next Generation EU.
Emergono però anche i colli di bottiglia: carenza di lavoratori qualificati, disponibilità di energia, complessità delle autorizzazioni e attuazione della nuova regolamentazione europea rischiano di limitare la velocità degli investimenti.
È un passaggio rilevante anche per l’Italia. La partita della competitività europea non sembra giocarsi più soltanto sul costo del lavoro o sulla capacità esportatrice tradizionale, ma sempre di più sulla disponibilità di infrastrutture digitali ed energetiche, competenze e capitale necessario per trasformare l’innovazione tecnologica in produttività.
Il mercato del lavoro tiene, mentre torna a crescere la produttività
Il mercato del lavoro rimane uno dei principali elementi di stabilità dell’economia europea. A luglio il tasso di disoccupazione dell’area dell’euro era fermo al 6,4 per cento, sostanzialmente stabile dalla metà del 2024.
Ci sono tuttavia segnali di raffreddamento. Le imprese stanno rallentando le assunzioni e la crescita dell’occupazione nel secondo trimestre è scesa allo 0,50 per cento su base annua, contro lo 0,53 per cento del trimestre precedente e una media dello 0,7 per cento nel 2025.
Il ridimensionamento della domanda di lavoro non si sta però traducendo, almeno per ora, in un aumento significativo dei licenziamenti. E c’è un altro dato particolarmente importante: la produttività è tornata a crescere dello 0,7 per cento su base annua nel secondo trimestre, dopo la crescita nulla registrata nei primi tre mesi dell’anno.
Anche sul fronte salariale le tensioni restano relativamente contenute. Il costo del lavoro per dipendente è cresciuto del 3,3 per cento, rallentando dal 3,5 per cento del primo trimestre; grazie all’aumento della produttività, la crescita del costo del lavoro per unità di prodotto è scesa dal 3,5 al 2,6 per cento.
Energia, l’inflazione torna al 3,3 per cento
La maggiore fonte di instabilità resta però l’energia.
Ad agosto l’inflazione dell’area dell’euro è salita al 3,3 per cento, contro il 2,9 per cento di luglio. L’accelerazione deriva soprattutto dalla componente energetica, balzata dal 10,3 al 14,3 per cento. L’inflazione al netto di energia e alimentari è invece leggermente diminuita, dal 2,5 al 2,4 per cento.
Le dimensioni dello shock emergono con maggiore chiarezza guardando ai mercati internazionali. Nel periodo tra l’11 giugno e il 9 settembre, secondo la BCE, il petrolio è aumentato del 18 per cento, arrivando a quotazioni superiori del 54 per cento rispetto ai livelli precedenti il conflitto in Medio Oriente. Ancora più marcato l’aumento del gas europeo: +62 per cento, con quotazioni circa il 150 per cento superiori ai livelli antecedenti la guerra, in un contesto aggravato da scorte europee storicamente basse.
Per Francoforte il risultato è un percorso di rientro dell’inflazione più lento. Le nuove proiezioni indicano un’inflazione media del 3 per cento nel 2026, del 2,5 per cento nel 2027 e del 2,1 per cento nel 2028. Il ritorno intorno all’obiettivo del 2 per cento è quindi atteso soltanto verso la fine del 2027. EB 2026-06 it
Credito alle imprese: i prestiti crescono, ma finanziarsi costa di più
Per le aziende il quadro finanziario presenta una doppia faccia.
A luglio il costo medio dei prestiti bancari alle imprese è salito al 3,8 per cento, contro il 3,6 per cento di maggio. L’aumento ha interessato soprattutto i finanziamenti con periodi di determinazione del tasso superiori ai cinque anni. Per le famiglie, invece, il costo dei prestiti destinati all’acquisto di abitazioni è rimasto sostanzialmente stabile al 3,5 per cento.
Più significativo ancora è il costo complessivo del finanziamento delle società non finanziarie – comprendendo credito bancario, debito collocato sul mercato e capitale di rischio – che a luglio ha raggiunto il 6,5 per cento.
Eppure il credito alle imprese continua a crescere. A luglio i prestiti bancari alle società non finanziarie sono aumentati del 4,4 per cento su base annua, dal 4 per cento di maggio e giugno. Particolarmente sostenuti sono stati i finanziamenti a breve termine, dinamica che la BCE collega anche al maggiore fabbisogno di capitale circolante generato dallo shock energetico.
Il segnale per il sistema produttivo è quindi complesso: le imprese continuano a ricorrere al credito, ma lo fanno in un contesto nel quale il capitale è tornato più costoso. Questo rende ancora più decisiva la capacità di destinare le risorse finanziarie verso investimenti capaci di generare produttività.
Export europeo, il nodo della competitività
Anche il commercio internazionale restituisce un quadro ambivalente. Nel secondo trimestre le esportazioni complessive dell’area dell’euro sono aumentate del 3,4 per cento rispetto al trimestre precedente, ma il dato è influenzato dalle oscillazioni dell’Irlanda e non indica ancora, secondo la BCE, un rafforzamento generalizzato dell’export.
Le esportazioni sottoposte ai dazi statunitensi hanno continuato a indebolirsi, mentre sono cresciuti alcuni prodotti collegati all’intelligenza artificiale e alle infrastrutture per data center.
Il problema è strutturale: l’area dell’euro è relativamente meno specializzata rispetto ai concorrenti internazionali proprio in alcuni dei segmenti hardware che stanno beneficiando maggiormente del boom mondiale dell’IA. La BCE prevede pertanto che nel breve periodo le esportazioni europee crescano più lentamente della domanda mondiale, con una conseguente perdita di quote di mercato.
Ed è qui che entra in gioco uno dei capitoli più interessanti del Bollettino: il nuovo rapporto competitivo con la Cina.
Lo “shock cinese 2.0” arriva al cuore della manifattura europea
La BCE parla esplicitamente di “shock cinese 2.0” per descrivere una trasformazione che combina rapida crescita della manifattura cinese ad alta tecnologia, maggiore autonomia industriale e miglioramenti della competitività di prezzo.
Dal 2019 le strutture delle esportazioni cinesi e quelle di numerosi Paesi europei sono diventate progressivamente più simili. Il fenomeno è particolarmente evidente nelle economie a forte vocazione manifatturiera e riguarda soprattutto macchinari e mezzi di trasporto, cioè proprio alcuni dei settori che hanno costituito per decenni il motore industriale europeo.
Parallelamente, è diminuita la dipendenza cinese dalle importazioni industriali europee. Le esportazioni dell’UE verso Pechino si sono ridotte significativamente rispetto al 2019, con effetti particolarmente marcati per la Germania e per le economie integrate nelle catene del valore della manifattura e dell’automotive.
La conseguenza è una pressione che si manifesta su due fronti: le imprese europee devono affrontare concorrenti cinesi sempre più forti sui mercati internazionali e, contemporaneamente, vedono ridursi la domanda cinese per alcuni beni industriali prodotti in Europa.
Non tutto il quadro è negativo. La BCE rileva come le imprese europee abbiano guadagnato quote negli Stati Uniti in alcuni comparti a maggiore valore aggiunto, dimostrando che esistono ancora aree nelle quali l’industria europea mantiene una forte competitività internazionale.
Il problema diventa quindi capire dove concentrare gli investimenti. La stessa analisi indica come possibili direttrici la diversificazione delle catene di approvvigionamento, il rafforzamento della capacità industriale interna e l’innovazione, soprattutto nei settori più esposti alla competizione cinese e alla dipendenza dalle materie prime critiche.
Difesa e infrastrutture diventano anche una politica economica
Un altro cambiamento emerge dal ruolo crescente della spesa pubblica. Nel 2026 l’orientamento di bilancio dell’area dell’euro dovrebbe diventare più espansivo per circa 0,5 punti percentuali di PIL, soprattutto attraverso l’aumento degli investimenti pubblici.
La spesa per difesa e infrastrutture, in particolare in Germania ma anche in altri Paesi, e gli ultimi finanziamenti del Next Generation EU contribuiscono a sostenere la domanda. A questi si aggiungono misure temporanee adottate per contrastare l’aumento dei prezzi energetici.
Dal 2027, però, la direzione dovrebbe invertirsi: la progressiva eliminazione degli aiuti energetici e la conclusione di gran parte dei finanziamenti NGEU dovrebbero riportare la politica fiscale verso un orientamento più restrittivo.
Nel frattempo aumenta il peso dei conti pubblici. Il disavanzo aggregato dell’area dell’euro, pari al 3 per cento del PIL nel 2025, dovrebbe salire al 3,6 per cento nel 2026, raggiungere il 3,7 per cento nel 2027 e tornare al 3,6 per cento nel 2028. Il debito pubblico dovrebbe passare dall’87,1 per cento del PIL del 2025 all’89,4 per cento nel 2028.
Per l’Italia il passaggio è particolarmente rilevante: il Paese figura tra quelli sottoposti a procedura per disavanzo eccessivo e l’11 settembre ha richiesto l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale sia per le spese di difesa sia per le misure relative all’energia.
La sfida europea non è più soltanto crescere, ma trasformarsi
Nel complesso, il Bollettino BCE restituisce l’immagine di un’economia europea che ha assorbito gli shock meglio di quanto si temesse, ma che non può affidarsi alla sola capacità di resistenza.
La crescita prevista resta contenuta e i rischi sono numerosi: energia, guerre, tensioni commerciali, frammentazione delle catene di approvvigionamento e possibile volatilità dei mercati finanziari. Allo stesso tempo, stanno emergendo nuovi motori: investimenti digitali, intelligenza artificiale, infrastrutture, difesa e recupero della produttività.
È proprio su questo terreno che la BCE individua implicitamente una delle principali partite dei prossimi anni. Una crescita potenziale più elevata richiede riforme strutturali, semplificazione e armonizzazione delle regole del mercato unico, accelerazione della transizione energetica e completamento dell’Unione del risparmio e degli investimenti.
La questione, dunque, va oltre la traiettoria dei tassi d’interesse. L’Europa si trova davanti alla necessità di trasformare una fase di resilienza in un nuovo ciclo di investimenti e produttività, mentre il baricentro dell’economia mondiale si sposta rapidamente verso tecnologia, energia, sicurezza e capacità industriale. Per le imprese europee – e italiane – sarà questo il terreno sul quale si misurerà la competitività del prossimo decennio.




