Il settore moda bocciato per la qualità degli ambienti di lavoro: un’unica realtà tra le eccellenze italiane per il benessere aziendale
Il settore moda, con un giro d’affari stimato di oltre 90 miliardi di euro (5% del PIL), è uno dei fiori all’occhiello del Made in Italy di cui il 15 aprile si celebra la Giornata nazionale. Eppure, secondo quanto emerge dalla recente classifica Best Workplaces Italia 2026, tra i 75 migliori ambienti di lavoro italiani c’è solo una realtà d’eccellenza (Kiabi) nel settore dell’abbigliamento. Sintomo che mentre le organizzazioni italiane più virtuose stanno concentrando gli investimenti su iniziative che rafforzano la cultura della fiducia e del benessere diffuso, il settore della moda è fanalino di coda in termini di innovazione nella cultura organizzativa. “Nelle aziende del settore fashion prevale ancora una percezione frammentata e impersonale dell’esperienza lavorativa dei collaboratori” dichiara Alessandro Zollo, CEO di Great Place to Work Italia.
La moda italiana paga un ritardo cronico nella costruzione e nello sviluppo di ambienti di lavoro d’eccellenza, basati sulla fiducia e sul benessere diffuso dei collaboratori. Un paradosso per un settore che, con un giro d’affari stimato di oltre 90 miliardi di euro (fonte: Fashion Economic Trends della Camera Nazionale della Moda Italiana ), un impatto sul PIL nazionale che si aggira intorno al 5% e che può contare su quasi 500mila addetti (461mila) (fonte: Confartigianato Imprese su dati Eurostat ), è uno dei simboli della manifattura e del Made in Italy, di cui il 15 aprile si celebra la Giornata nazionale. Eppure, secondo quanto emerge anche dal recente ranking Best Workplaces Italia 2026, stilato da Great Place to Work Italia ascoltando il parere espresso da oltre 210mila collaboratori di 415 organizzazioni italiane, il settore fashion non si distingue per grandi esempi di innovazione nella cultura organizzativa, con solo una realtà presente tra i 75 migliori ambienti di lavoro italiani. “Il settore fashion, purtroppo, non si distingue per grandi esempi di innovazione nella cultura organizzativa – spiega Alessandro Zollo, CEO di Great Place to Work Italia – Sono rare, anche a livello internazionale, le aziende del settore fashion che scalano le classifiche di Great Place to Work nel mondo. All’interno del nostro osservatorio, Kiabi rappresenta un caso emblematico, ma anche unico, di come una realtà del settore fashion possa costruire una cultura organizzativa solida, generativa e coerente con i propri valori. L’azienda che dal 1978 ha rivoluzionato il prêt-à-porter introducendo il concetto di moda a piccoli prezzi per tutta la famiglia, ha ottenuto il 7° posto nella categoria tra i 500 e i 999 collaboratori tra i Best Workplaces Italia 2026, distinguendosi per la capacità di integrare pratiche di ascolto attivo, inclusione, e benessere individuale con obiettivi di business. Il loro approccio – prosegue Zollo – mette al centro la relazione con il collaboratore, con attività mirate a rafforzare la coesione interna e la partecipazione attiva delle persone nei processi aziendali”.
Il settore moda rappresenta un profondo paradosso: un gigante del Made in Italy che si ritrova però a fare da fanalino di coda per benessere organizzativo ed employee experience, posizionandosi molto dietro ad altri settori economici trainanti come IT, biotecnologie e farmaceutica e servizi finanziari e assicurativi. Un ritardo che ha degli impatti diretti sul business delle organizzazioni. Secondo i dati a disposizione di Great Place To Work Italia, pubblicati in futuro nel report Great Insights 2026, che raccoglie il punto di vista di oltre 210mila collaboratori attivi all’interno di contesti aziendali differenti per settore, dimensione e maturità culturale, le realtà che investono maggiormente in iniziative in grado di aumentare la fiducia e il benessere dei collaboratori mostrano una retention superiore all’86% (contro il 66% delle aziende non certificate Great Place to Work Italia ), e attraggono e fidelizzano talenti anche in mercati complessi. “L’impatto è tangibile, misurabile e strategicamente rilevante. Il nostro studio mostra una correlazione diretta tra il Trust Index, l’indicatore che misura la fiducia interna, e la crescita del fatturato aziendale” – prosegue Zollo.
Un livello elevato di fiducia dei dipendenti si riflette direttamente sul fatturato aziendale: i “best workplaces italiani” hanno fatto registrare una crescita media dei ricavi, rispetto all’anno precedente, del +20%, un dato che se confrontato con l’aumento di fatturato dell’1% fatto registrare dalle organizzazioni italiane appartenenti a industria e servizi incluse nell’indice Istat fa capire l’importanza, per lo sviluppo del business aziendale, di avere dei collaboratori coinvolti e soddisfatti. Una cultura aziendale improntata al benessere genera effetti positivi su molteplici dimensioni del business: attrazione e retention dei talenti, riduzione del turnover, aumento della produttività e della capacità innovativa. L’investimento delle organizzazioni in iniziative che rafforzano la cultura della fiducia e del benessere diffuso non è più solo una leva reputazionale, ma si configura come un elemento strutturale di competitività aziendale nel mercato del lavoro e non solo.
Perché trasformare la cultura aziendale investendo nell’esperienza dei collaboratori e nel loro benessere è oggi la scelta di business più intelligente? Non è solo una questione di reputazione o etica ma una vera e propria urgenza strategica. Continuare a ignorare il benessere organizzativo significa perdere competitività mentre investire per ottenere una certificazione Great Place to Work può apportare benefici a diversi livelli. Ecco quali:
- Abbatte i costi del turnover : le organizzazioni che curano il proprio ambiente di lavoro infatti trattengono i talenti molto più a lungo. Trattenere le persone significa azzerare le enormi spese nascoste legate alla continua ricerca, selezione e formazione di nuovo personale.
- I collaboratori diventano i migliori brand ambassador : chi lavora in un ambiente sano, inclusivo e meritocratico sviluppa un profondo senso di appartenenza. Questo si traduce in tassi di orgoglio e di raccomandazione molto più elevati. In un settore trainato dall’immagine e dal prestigio come quello della moda, un dipendente felice diventa il primo e più credibile promotore del brand verso l’esterno.
- Attrae i veri talenti, anche nei mercati più complessi : in un mercato del lavoro guidato dalle priorità delle nuove generazioni, il solo blasone del marchio o lo stipendio non bastano più. I giovani oggi scelgono le aziende in base ai valori, all’equità e al work-life balance. Offrire un ambiente di lavoro eccellente è l’unica vera calamita per attrarre i profili più brillanti e fidelizzarli, garantendosi un vantaggio competitivo enorme.
- Sblocca il potenziale creativo e l’innovazione : la moda vive di creatività, ma le idee migliori non nascono in ambienti di lavoro tossici o iper-controllanti. Un clima aziendale basato sulla fiducia reciproca, sull’errore vissuto come apprendimento e sull’ascolto attivo riduce lo stress e stimola l’iniziativa personale, spingendo i team a innovare costantemente e a collaborare con maggiore efficienza.
- Genera un ritorno economico diretto e misurabile : investire nel wellbeing aziendale e nelle iniziative di welfare non è un puro esercizio di stile per compiacere le risorse umane, ma un vero acceleratore di risultati. Mettere le persone al centro è, a conti fatti, la leva finanziaria più potente a disposizione delle imprese.




