Agrisolare, ridisegnare l’energia nelle campagne italiane

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Fotovoltaico sui tetti, autoconsumo e contributi fino all’80%: come funziona il programma Parco Agrisolare finanziato dal PNRR e perché può diventare un fattore chiave di competitività per l’agroalimentare

Negli ultimi anni il costo dell’energia è diventato una delle variabili più sensibili per la sostenibilità economica delle imprese agricole. In un settore già sottoposto a pressioni climatiche, volatilità dei mercati e trasformazioni normative, ridurre la dipendenza dalle forniture esterne e produrre energia in autonomia non è più soltanto una scelta ambientale, ma una decisione strategica. È in questo scenario che si inserisce Parco Agrisolare, una delle misure più rilevanti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza dedicate al mondo rurale.

Secondo il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste e il Gestore dei Servizi Energetici (GSE), il programma rappresenta un pilastro della transizione energetica delle filiere agricole e agroindustriali italiane. La dotazione complessiva ammonta a circa 789 milioni di euro e il contributo pubblico può arrivare fino all’80% delle spese ammissibili, configurandosi come uno degli strumenti di incentivo più incisivi oggi disponibili per il settore primario.

L’impostazione della misura è chiara: spingere la diffusione del fotovoltaico sui tetti di stalle, magazzini, capannoni e fabbricati produttivi, evitando nuovo consumo di suolo agricolo e favorendo un modello di generazione distribuita dell’energia. Il Facility Parco Agrisolare rientra nella Missione 2 del PNRR, dedicata alla transizione ecologica, e si muove lungo una linea coerente con gli obiettivi europei di decarbonizzazione e rafforzamento dell’autonomia energetica.

Ma Agrisolare non guarda soltanto all’ambiente. Nelle valutazioni del Ministero e del GSE emerge con forza la dimensione economica dell’intervento: produrre energia in azienda significa abbattere strutturalmente i costi operativi, stabilizzare la pianificazione industriale e proteggersi da shock futuri sui mercati energetici. Un vantaggio competitivo che, nel medio periodo, può fare la differenza soprattutto per le imprese più energivore dell’agroalimentare.

La platea dei beneficiari è ampia. I bandi attuativi aprono infatti a imprenditori agricoli, imprese agroindustriali impegnate nella trasformazione dei prodotti, cooperative, consorzi e reti d’impresa. Rientrano anche le configurazioni collettive, come le comunità energetiche rinnovabili, che permettono di condividere l’energia prodotta all’interno di un perimetro territoriale o produttivo. La distinzione tra produzione agricola primaria e attività di trasformazione incide sull’intensità dell’aiuto, nel rispetto delle regole europee sugli aiuti di Stato, ma la filosofia resta quella di accompagnare l’intera filiera verso modelli più efficienti e sostenibili.

Il cuore della misura è il contributo in conto capitale: non un prestito, ma un sostegno diretto all’investimento. In base alle regole definite nei decreti attuativi e nei bandi pubblicati dal Ministero dell’Agricoltura, l’agevolazione può arrivare fino all’80% dei costi ammissibili nei casi più favorevoli, mentre per altre tipologie di imprese o configurazioni progettuali la percentuale è inferiore. In ogni caso, si tratta di una leva finanziaria in grado di accelerare decisioni che, senza un sostegno pubblico così consistente, molte aziende rinvierebbero nel tempo.

Gli interventi finanziabili non si limitano all’installazione dei pannelli fotovoltaici. Secondo le indicazioni del GSE e delle linee guida operative, il progetto può comprendere sistemi di accumulo con batterie, la rimozione dell’amianto dalle coperture, interventi di isolamento termico, sistemi di aerazione e ventilazione, oltre a colonnine di ricarica elettrica per i mezzi aziendali. Sono ammesse anche le spese tecniche di progettazione e consulenza. La potenza degli impianti deve essere dimensionata sui consumi reali dell’azienda e può arrivare fino a 1 megawatt, sempre nel perimetro stabilito dai singoli bandi.

Accedere al contributo richiede però una progettazione accurata. I requisiti fissati dal Ministero e dal GSE prevedono che l’energia prodotta sia destinata prevalentemente all’autoconsumo, che gli impianti siano installati su edifici esistenti e che gli interventi vengano completati entro le scadenze indicate nell’atto di concessione, in genere intorno ai 18 mesi. I progetti devono inoltre rispettare il principio europeo del “Do No Significant Harm” e le regole comunitarie sugli aiuti di Stato. In alcune graduatorie possono essere previste premialità per aziende particolarmente virtuose o per chi non ha già beneficiato di analoghi incentivi.

La procedura di accesso passa attraverso la piattaforma informatica del GSE: presentazione del progetto, caricamento della documentazione, valutazione tecnica, concessione del contributo, realizzazione delle opere e rendicontazione finale. Un percorso che spinge molte imprese a strutturarsi con consulenti specializzati in finanza agevolata e progettazione energetica, segno di come la transizione verde stia diventando sempre più un terreno di competizione industriale.

Nel disegno complessivo del PNRR, Agrisolare si configura così come qualcosa di più di un semplice incentivo: è uno strumento di politica industriale applicato all’agricoltura. Secondo le valutazioni del Ministero dell’Agricoltura e del GSE, la diffusione di impianti rinnovabili nelle aziende agricole può rafforzare la resilienza delle filiere, ridurre l’esposizione ai costi energetici e migliorare la sostenibilità complessiva del sistema produttivo.

In un momento in cui l’agroalimentare italiano è chiamato a coniugare competitività, sicurezza degli approvvigionamenti e transizione ecologica, Parco Agrisolare rappresenta una delle scommesse più concrete per accompagnare il settore verso un futuro energeticamente autonomo, efficiente e integrato nelle nuove strategie industriali europee.

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Immagine di Giulia Chittaro
Giulia Chittaro
Giulia è responsabile dei contenuti online di Italia Economy. Nel tempo ha guidato l’evoluzione del reparto digitale, affiancando alla gestione editoriale la produzione di articoli originali di analisi socio-economica

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