Quando un’impresa comincia ad acquisire clienti negli Stati Uniti, è necessario costituire subito una filiale locale? Quali alternative esistono? Sia la normativa italiana sia quella americana riconoscono la possibilità di operare direttamente come società italiana, ma è fondamentale valutare le conseguenze fiscali, che dipendono dal tipo di attività svolta.
A illustrare le principali possibilità a disposizione delle aziende italiane che intendono svilupparsi sul mercato americano è Monja Volpato, Associate Partner di Rödl USA.
Quale può essere una buona soluzione per un’impresa che si affaccia per la prima volta sul mercato americano?
«Spesso le aziende iniziano vendendo i propri prodotti a clienti americani e spedendo la merce dall’Italia. Se la vendita avviene con modalità ex works, con il cliente che ritira la merce in Italia, la transazione si perfeziona sul territorio italiano e, in assenza di altre forme di presenza economica o operativa negli Stati Uniti, generalmente non si generano obblighi fiscali federali sul reddito negli USA.
Con l’aumento dei rapporti commerciali può però emergere l’esigenza di garantire forniture più rapide. In questi casi, avere merce già disponibile negli Stati Uniti permette di rispondere tempestivamente alle richieste dei clienti.
Una possibile soluzione è il consignment stock, assimilabile al conto deposito italiano: l’azienda mantiene una scorta di prodotti nel magazzino del cliente americano oppure presso un operatore logistico. Esistono anche magazzini condivisi che mettono a disposizione spazi e personale per ricevere e spedire le merci».
Quali sono le principali implicazioni fiscali di questa soluzione?
«La fiscalità americana deve essere analizzata su più livelli: federale, statale e, dove previsto, locale. L’azienda italiana che sceglie il consignment stock dovrebbe richiedere all’IRS, l’agenzia fiscale federale americana, un codice fiscale EIN e presentare un Form 1120-F protettivo, o protective federal income tax return, per preservare i benefici previsti dalla Convenzione contro le doppie imposizioni.
In base all’articolo 5 della Convenzione tra Italia e Stati Uniti, la sola presenza di merci in magazzino non comporta di per sé la costituzione di una stabile organizzazione negli Stati Uniti, purché il magazzino svolga esclusivamente attività preparatorie o ausiliarie. In assenza di una stabile organizzazione, il reddito d’impresa non è generalmente soggetto all’imposizione federale statunitense, fermo restando che possono sussistere specifici obblighi dichiarativi.
È inoltre necessario verificare le regole dello Stato in cui si trova il magazzino. Non tutti gli Stati si conformano allo stesso modo alle disposizioni del trattato: la California, per esempio, non riconosce i trattati fiscali federali, mentre la Pennsylvania segue regole proprie in materia di nexus. Gli Stati possono quindi richiedere alle aziende italiane di presentare dichiarazioni dei redditi e pagare imposte sul reddito imponibile attribuibile al proprio territorio. Trascurare questi obblighi può avere conseguenze rilevanti».
Ci sono altre imposte da considerare?
«Sì, innanzitutto la Sales Tax, l’imposta americana sulle vendite, che presenta caratteristiche diverse dall’IVA italiana. In linea generale si applica alle vendite al consumatore finale, mentre possono essere previste esenzioni per le imprese che acquistano beni da utilizzare nei processi produttivi o da rivendere. Le regole variano da Stato a Stato: bisogna verificare se la vendita sia imponibile, se sia necessario registrarsi e quali documenti richiedere al cliente per applicare un’eventuale esenzione.
In alcuni Stati e giurisdizioni locali è prevista anche una Property Tax sui beni mobili. La presenza di merci in magazzino o di cespiti, generalmente rilevata al 31 dicembre, può comportare obblighi dichiarativi e il pagamento di un’imposta sui beni posseduti dall’azienda».
Quando conviene adottare questa strategia e quando, invece, è opportuno aprire una filiale?
«Il consignment stock è utile soprattutto per le aziende che iniziano a operare negli Stati Uniti e non hanno ancora volumi sufficienti per giustificare la costituzione di una società controllata americana. Aprire una società negli Stati Uniti non è necessariamente costoso dal punto di vista amministrativo o legale, ma bisogna considerare l’investimento necessario per gestirla, assumere personale e organizzare le attività locali.
Quando il volume d’affari cresce e diventa necessaria una presenza più strutturata, può essere opportuno aprire una succursale, o branch, soprattutto se occorre inviare tecnici per attività di installazione, collaudo e manutenzione».
Come accompagnate le aziende nel loro percorso sul mercato americano?

«Rödl USA affianca le imprese nelle diverse fasi, aiutandole a individuare la soluzione più adatta e a gestire gli adempimenti fiscali. Generalmente ci confrontiamo con i clienti ogni trimestre, analizzando l’evoluzione dell’attività, i volumi di vendita e le esigenze operative, per valutare se mantenere il modello esistente o passare a una presenza più strutturata.
La scelta non dipende soltanto dal fatturato. Alcune aziende preferiscono continuare a operare dall’Italia perché non intendono gestire personale a distanza o non dispongono di risorse da trasferire negli Stati Uniti. Quando ne ricorrono i presupposti, può configurarsi una stabile organizzazione, con specifici obblighi fiscali, tra cui la predisposizione di una reportistica che identifichi i ricavi e i costi, diretti e indiretti, connessi alle attività americane e la presentazione delle dichiarazioni previste. Accompagniamo le imprese in ogni passaggio, indipendentemente dalla soluzione scelta».
Un altro aspetto importante riguarda i dipendenti. Che cosa bisogna sapere?
«È un tema particolarmente rilevante per le imprese manifatturiere che vendono macchinari industriali e forniscono servizi di installazione, collaudo e manutenzione.
Innanzitutto, l’ESTA è un’autorizzazione elettronica al viaggio nell’ambito del Visa Waiver Program e non consente di svolgere qualsiasi attività lavorativa. Mentre la partecipazione a una fiera può rientrare tra le attività ammesse, i tecnici chiamati a effettuare interventi operativi devono disporre di un titolo di ingresso adeguato alle mansioni svolte.
Occorre poi monitorare la posizione fiscale individuale. È diffusa la convinzione che, al di sotto dei 183 giorni di permanenza negli Stati Uniti, non possano sorgere obblighi fiscali. In realtà, secondo la normativa americana, gli obblighi fiscali e dichiarativi per le persone che lavorano sul territorio statunitense possono insorgere ben prima del raggiungimento di questa soglia. La verifica deve essere effettuata caso per caso, tenendo conto delle attività svolte, della remunerazione percepita e dell’eventuale applicazione della Convenzione contro le doppie imposizioni tra Italia e Stati Uniti.
Anche i dipendenti possono beneficiare della Convenzione, ma l’eventuale esenzione dalle imposte americane non elimina automaticamente gli obblighi dichiarativi. Per usufruire delle disposizioni del trattato può essere necessario presentare una dichiarazione fiscale e richiederne formalmente l’applicazione.
Per questo analizziamo sempre sia la posizione dell’azienda sia quella dei dipendenti, aiutando i clienti a gestire correttamente gli obblighi derivanti dalle attività svolte negli Stati Uniti».




