Nel triennio 2022-2024 il 62,9% delle imprese con almeno 10 addetti ha svolto attività innovative, 4,3 punti percentuali in più rispetto al periodo precedente. La spesa sale a 38,5 miliardi di euro nel 2024, ma diminuiscono la collaborazione con soggetti esterni e il ricorso al sostegno pubblico
L’innovazione si allarga nel tessuto produttivo italiano e questa volta sono soprattutto le piccole imprese a trainare la crescita. Tra il 2022 e il 2024, secondo la rilevazione Istat L’innovazione nelle imprese, il 62,9% delle aziende con almeno 10 addetti ha svolto attività finalizzate a introdurre nuovi prodotti o processi. La quota aumenta di 4,3 punti percentuali rispetto al triennio 2020-2022. Dietro il dato complessivo, però, emerge una trasformazione precisa: le imprese investono sempre più nel modo in cui lavorano, mentre l’introduzione di prodotti nuovi per il mercato resta meno diffusa.
La crescita riguarda esclusivamente le aziende di piccole dimensioni, la cui propensione all’innovazione sale di 5,1 punti percentuali e raggiunge il 61%. Le medie imprese si attestano al 73,7% e le grandi all’84%, mantenendo un netto vantaggio in termini di diffusione delle attività innovative, ma registrando entrambe una lieve flessione rispetto al triennio precedente. In altre parole, il divario dimensionale rimane, mentre cambia la provenienza della nuova spinta.
L’industria in senso stretto si conferma il comparto più attivo, con il 69,2% delle imprese impegnate in attività innovative. Seguono i servizi al 60,7% e le costruzioni al 53,1%. Tutti e tre i settori avanzano rispetto al 2020-2022, con l’incremento più ampio nelle costruzioni, pari a 6,5 punti percentuali. Se si considerano soltanto le innovazioni effettivamente introdotte, la quota complessiva delle imprese scende al 60,8%: una distinzione utile, perché le attività rilevate dall’Istat comprendono anche progetti ancora in corso o abbandonati.
L’innovazione cambia il lavoro prima dei prodotti
Il principale motore della crescita è l’innovazione di processo. La quota di imprese che ha lavorato a nuovi processi raggiunge il 57,6%, contro il 53% del triennio precedente. L’aumento è particolarmente evidente tra le piccole aziende, passate dal 50,2% al 55,8%.
Le trasformazioni più frequenti riguardano l’organizzazione del lavoro e la gestione delle risorse umane, ambiti interessati dal 33% delle imprese. Seguono i metodi di produzione, al 30,7%, e i sistemi informativi, al 29,1%. Crescono anche gli interventi nel marketing e nei sistemi contabili e amministrativi. Il quadro racconta un’innovazione che entra nelle attività quotidiane: modifica i flussi di lavoro, gli strumenti utilizzati e il coordinamento delle persone, anche quando non si traduce immediatamente in un nuovo prodotto da vendere.
Su quest’ultimo fronte, infatti, la situazione è stabile. Nel 2022-2024 il 32,7% delle imprese ha introdotto almeno un’innovazione di prodotto, una quota pressoché identica al 32,8% del periodo precedente. Solo il 15,5% del totale ha lanciato prodotti nuovi per il proprio mercato di riferimento. La capacità di proporre innovazioni originali cresce con la dimensione aziendale: riguarda il 34,7% delle grandi imprese e raggiunge il 45,2% tra le grandi aziende industriali.
La differenza pesa anche sui ricavi. Nel 2024 i prodotti nuovi per l’impresa o per il mercato hanno generato il 18% del fatturato delle aziende considerate; la quota attribuibile ai soli prodotti nuovi per il mercato è pari al 4,5%. Rispetto al 2022, il contributo complessivo dei nuovi prodotti aumenta di 3,2 punti percentuali, mentre quello delle innovazioni originali cresce di appena 0,4 punti.
Più risorse investite, meno imprese sostenute
L’impegno economico torna a salire. Nel 2024 la spesa per le attività innovative raggiunge 38,5 miliardi di euro, il 25,7% in più rispetto al 2022 a prezzi correnti. Anche la spesa media per addetto aumenta, da 5.400 a 6.200 euro. È un recupero dopo la contrazione registrata nel 2022, ma il confronto a prezzi correnti non misura da solo quanto della crescita corrisponda a maggiori risorse in termini reali.
La ricerca e sviluppo resta la voce principale e assorbe il 63,6% della spesa complessiva. La sua incidenza cresce soprattutto nelle piccole imprese, di 3,6 punti percentuali rispetto al 2022. Le medie settoriali, tuttavia, sono molto diverse: nell’industria la spesa per addetto arriva a 25.100 euro nella farmaceutica e a 22.700 euro nella fabbricazione di altri mezzi di trasporto; nei servizi la ricerca e sviluppo raggiunge 77.300 euro per addetto.
Alla crescita degli investimenti si accompagna una riduzione della platea che ricorre agli strumenti pubblici. Tra le imprese con attività innovative, il 15,1% ha richiesto e ottenuto finanziamenti pubblici per l’innovazione nel triennio 2022-2024, 4,9 punti percentuali in meno rispetto al periodo precedente. Il ricorso alle agevolazioni fiscali interessa il 21,6% delle imprese innovative, con un calo di 8,1 punti. I dati descrivono una minore diffusione del sostegno tra le aziende rilevate; da soli non consentono di stabilirne le cause.
Si restringono anche le collaborazioni formali. La quota di imprese innovative che ha stipulato accordi di cooperazione con altri soggetti passa dal 22,7% al 18,7%. Il calo riguarda le piccole e medie aziende, mentre tra le grandi una su due continua a cooperare con l’esterno. I partner più frequenti sono fornitori, consulenti e laboratori privati; soltanto il 4,9% delle imprese con attività innovative collabora con le università. È uno dei divari più significativi del report: proprio mentre più piccole imprese avviano percorsi innovativi, una parte minore di esse li sviluppa attraverso accordi con altri attori.
La sostenibilità procede a velocità diverse
Anche l’impatto ambientale mostra differenze marcate. Le innovazioni con benefici per l’ambiente riguardano il 37,2% delle imprese che hanno introdotto nuovi prodotti o processi, 2,9 punti percentuali in meno rispetto al triennio precedente. Tra le grandi imprese la quota arriva al 61,7%, contro il 35,1% delle piccole. Le iniziative più diffuse puntano a ridurre consumi energetici ed emissioni di CO₂, a sostituire materiali più inquinanti e a favorire il riciclo.
Per il 69,9% delle imprese la reputazione aziendale è un fattore rilevante nelle scelte di innovazione ambientale; seguono gli elevati costi di energia, acqua e materiali, indicati dal 65,3%, e l’adeguamento alle norme, al 59,4%. La sostenibilità si conferma così legata sia alle richieste del mercato sia ai costi operativi, pur con una partecipazione meno diffusa tra le PMI.
Il report restituisce un sistema produttivo nel quale l’innovazione coinvolge più aziende e mobilita maggiori risorse, ma fatica ancora a tradursi in prodotti originali e relazioni stabili con ricerca e partner esterni. Un’impresa innovativa su quattro, il 24,6%, segnala inoltre carenza di risorse finanziarie o di personale come limite all’ulteriore sviluppo delle attività. La crescita delle piccole imprese apre quindi una possibilità concreta: consolidare i cambiamenti già introdotti nei processi e trasformarli, nel tempo, in una maggiore capacità di competere sui mercati.
Fonte: Istat, «L’innovazione nelle imprese | Anni 2022-2024».




