Cantieristica nautica italiana: la crescita passa da export e competenze

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Cantieristica nautica italiana, ricavi più che raddoppiati in dieci anni: la crescita passa da export e competenze

Nel 2025 un campione di 141 imprese ha raggiunto 14,8 miliardi di fatturato. Per il 2026 le aspettative restano positive, ma la carenza di personale, le tensioni commerciali e il bisogno di infrastrutture condizionano le prospettive della filiera.

La cantieristica nautica e navale italiana affronta il 2026 dopo un decennio di forte espansione, con una presenza consolidata sui mercati internazionali e un modello competitivo fondato su personalizzazione, tecnologia e competenze. È il quadro delineato dall’Indagine sulle imprese della cantieristica nautica e navale in Italia dell’Area Studi Mediobanca, presentata nel comunicato del 14 ottobre e basata sulle informazioni disponibili al 15 settembre 2026.

I risultati raccontano un settore capace di aumentare ricavi, valore aggiunto e occupazione, ma anche esposto a vincoli che possono incidere sul suo sviluppo futuro. La domanda estera continua a sostenere le vendite, mentre la disponibilità di professionalità tecniche emerge come una delle questioni più urgenti. Sullo sfondo restano la stabilità internazionale, l’evoluzione dei rapporti commerciali e la capacità delle imprese di finanziare nuovi investimenti.

Per interpretare correttamente i numeri occorre distinguere i diversi perimetri dell’analisi: la ricognizione delle società di capitali attive nel comparto, l’indagine su 141 aziende manifatturiere con ricavi individuali superiori a 10 milioni di euro e il confronto decennale relativo a un campione omogeneo di 25 imprese. Sono prospettive complementari, che permettono di leggere sia la struttura della filiera sia l’evoluzione delle sue componenti industriali.

Una filiera diffusa sul territorio, con quasi 30mila addetti

Al 30 giugno 2026 la cantieristica nautica e navale italiana conta 3.460 società di capitali attive, distribuite lungo l’intero Paese. Il Centro raccoglie il 35,5% delle imprese, il Mezzogiorno e le Isole il 32,4%, mentre il Nord rappresenta il restante 32,1%. Toscana, Liguria e Campania figurano tra i principali poli territoriali.

Questa distribuzione restituisce l’immagine di una filiera industriale radicata in aree diverse del Paese, nella quale la dimensione territoriale si accompagna a una forte proiezione internazionale.

Le società di capitali del comparto impiegano complessivamente quasi 30mila addetti. Il 78% del personale ha un contratto a tempo indeterminato, mentre le figure operaie costituiscono il 73% degli occupati. La componente femminile si ferma al 12%.

La prevalenza delle professionalità operaie evidenzia quanto la capacità produttiva dipenda dalla disponibilità di competenze direttamente impiegate nelle lavorazioni. La stabilità contrattuale, allo stesso tempo, indica il peso di rapporti di lavoro continuativi in un settore nel quale esperienza e conoscenze specialistiche contribuiscono alla qualità dell’offerta.

Il decennio dell’espansione: crescono vendite, valore aggiunto e redditività

Tra il 2016 e il 2025 il fatturato del campione omogeneo di 25 aziende presenti continuativamente nell’analisi è aumentato del 115,8%, registrando una dinamica superiore a quella degli altri principali segmenti dei mezzi di trasporto considerati.

L’espansione ha coinvolto entrambi i mercati di riferimento. Le esportazioni sono cresciute del 122,9%, mentre le vendite domestiche hanno segnato un incremento del 100,5%. Il mercato estero ha quindi fornito il contributo più dinamico, accompagnato comunque da un raddoppio del giro d’affari interno.

Ancora più sostenuta è stata la crescita del valore aggiunto, aumentato del 134,9%. Un andamento che, insieme al miglioramento della redditività, segnala il rafforzamento della capacità economica delle imprese osservate.

Nel periodo, il ROI, indicatore del rendimento del capitale investito, è salito di 8 punti percentuali, raggiungendo il 12,5%. Il ROE, che misura la redditività del patrimonio netto, è aumentato di 7,8 punti, attestandosi al 10,5%.

Anche la forza lavoro è cresciuta, con un incremento del 36,8%. L’espansione dei ricavi si è dunque accompagnata a un aumento dell’occupazione, pur con ritmi differenti. I dati descrivono una crescita su più dimensioni, che comprende il volume d’affari, la generazione di valore e la remunerazione del capitale.

Le 141 imprese monitorate valgono 14,8 miliardi di ricavi

Il campione più ampio dell’indagine comprende 141 aziende manifatturiere con fatturato individuale superiore a 10 milioni di euro, rappresentative di oltre l’80% delle vendite complessive della cantieristica nautica e navale italiana.

Nel 2025 queste imprese hanno realizzato ricavi aggregati per 14,8 miliardi di euro, in aumento del 10,8% rispetto al 2024. Nello stesso anno l’occupazione è cresciuta del 6,9%.

La componente estera rappresenta circa il 65% delle vendite: una quota che rende i mercati internazionali centrali per la continuità della crescita. L’apertura commerciale amplia le opportunità, ma accresce anche l’esposizione alle tensioni geopolitiche, alle barriere agli scambi e alle variazioni della domanda nei Paesi di destinazione.

Il 2026 resta positivo, con una crescita più contenuta

Le previsioni formulate dalle imprese indicano per il 2026 un aumento complessivo del fatturato del 2,6%. A sostenere l’espansione dovrebbe essere soprattutto l’export, atteso in crescita del 3,2%, mentre il mercato domestico dovrebbe avanzare dell’1,2%.

Rispetto al risultato del 2025, le aspettative delineano quindi un ritmo di crescita più moderato. Il dato aggregato, inoltre, convive con situazioni aziendali differenti: il 52% delle imprese prevede un incremento dei ricavi, il 19% una sostanziale stabilità e il 29% una contrazione.

La maggioranza delle aziende mantiene dunque un orientamento favorevole, ma quasi tre su dieci si attendono una riduzione delle vendite. La prospettiva di ulteriore espansione va letta tenendo conto di questa disomogeneità e del fatto che si tratta di previsioni, non di risultati già acquisiti.

Stati Uniti e dazi: la risposta passa dalle strategie commerciali

Il mercato americano occupa una posizione rilevante: il 55% delle imprese intervistate esporta negli Stati Uniti.

Di fronte ai dazi, le risposte rilevate privilegiano l’adattamento commerciale. Il 58,8% dichiara di aver mantenuto invariati i prezzi di vendita senza ridurre i volumi esportati. Il 29,4% segnala invece listini stabili accompagnati da una contrazione delle quantità, mentre il 23,5% ha avviato strategie di diversificazione verso mercati alternativi a quello statunitense.

Sono comportamenti che possono coesistere e che descrivono esiti differenti del confronto con le nuove condizioni commerciali. Per una parte delle imprese la continuità dei prezzi si accompagna alla tenuta delle vendite; per altre, la pressione sul mercato si traduce in minori volumi.

La ricerca di destinazioni alternative assume, in questo contesto, una funzione di riequilibrio dell’esposizione commerciale. Resta però centrale la capacità di difendere il valore dell’offerta, soprattutto per un comparto che individua i propri punti di forza nella specializzazione e nella qualità percepita.

Personalizzazione e tecnologia sostengono il vantaggio competitivo

Per l’82,7% delle imprese rispondenti, la personalizzazione dell’offerta costituisce un punto di forza. Seguono le competenze del personale, indicate dal 76,9%, e l’innovazione tecnologica e la reputazione del marchio, entrambe al 75%.

Completano il quadro l’assistenza post-vendita, riconosciuta dal 51,9% delle aziende, e la qualità associata alla capacità di sostenere prezzi più elevati, indicata dal 50%. La diversificazione dei mercati raccoglie il 28,8% delle risposte, la rete distributiva il 17,3%.

La competitività di prezzo viene invece segnalata soltanto dall’1,9% delle imprese. Il posizionamento del comparto appare quindi strettamente legato alla capacità di rispondere a esigenze specifiche, integrare conoscenze tecniche e rendere riconoscibile il valore del prodotto.

La sostenibilità ambientale è citata come vantaggio competitivo dal 7,7% delle rispondenti. Questa percentuale riguarda la percezione del suo contributo al posizionamento aziendale: da sola non permette di misurare né gli investimenti ambientali né il livello di sostenibilità delle produzioni.

Le strategie delle imprese: marchio, margini e ampliamento dell’offerta

Le iniziative realizzate nel biennio 2024-2025 riflettono questi fattori competitivi. Il 72% delle aziende ha rafforzato il posizionamento del brand, il 60% ha lavorato alla tutela dei margini e della competitività e il 56% ha ampliato la gamma di beni e servizi.

L’espansione sui mercati internazionali ha coinvolto il 44% delle imprese, mentre il 38% è entrato in nuovi segmenti di attività e il 26% ha perseguito una crescita sul mercato domestico.

Più limitato il ricorso a operazioni di esternalizzazione e di ritorno all’interno di attività precedentemente affidate all’esterno, entrambe indicate dall’8% delle aziende.

Le scelte descritte mostrano un’attenzione prevalente al rafforzamento commerciale e alla valorizzazione dell’offerta. L’ampliamento dei prodotti e dei servizi si affianca alla difesa della redditività, in una fase in cui crescere richiede anche di preservare l’equilibrio economico delle commesse e degli investimenti.

Il capitale umano è il principale nodo operativo

La difficoltà di reperire personale riguarda il 91% delle imprese. È uno dei risultati più significativi dell’indagine, perché mette in relazione le prospettive di sviluppo con la concreta disponibilità delle competenze necessarie a sostenerle.

Il disallineamento tra preparazione dei candidati e fabbisogni aziendali viene segnalato dal 79% delle rispondenti, mentre il 55% rileva una scarsità di candidature. Il problema riguarda quindi sia la quantità delle persone disponibili sia la corrispondenza delle loro competenze alle esigenze produttive.

La domanda si concentra soprattutto sulle professionalità tecniche e specialistiche, richieste dall’84,3% delle aziende, e sulle capacità operative e manuali, indicate dal 58,8%.

Seguono le competenze digitali avanzate, al 21,6%, le capacità trasversali, al 17,6%, e quelle manageriali, all’11,8%. Le competenze amministrative e contabili e quelle linguistiche raccolgono entrambe il 5,9% delle risposte, mentre la gestione della clientela si attesta al 2%.

Le percentuali, riferite a risposte multiple, evidenziano la centralità dei profili legati alla progettazione e alla produzione. Il 75% delle aziende ricorre inoltre a personale straniero, anche per colmare le carenze di manodopera e di professionalità.

Giovani, formazione e welfare per sostenere il ricambio

Nonostante le difficoltà di reclutamento, il 94% delle imprese valuta positivamente la propria attrattività nei confronti degli under 35. Si tratta di una percezione espressa dalle aziende, alla quale si affianca un dato sulle assunzioni: negli ultimi cinque anni, il 44% dei nuovi ingressi ha riguardato lavoratori di questa fascia d’età.

Per attrarre e trattenere i giovani, il 62,2% delle imprese punta sull’aggiornamento delle competenze e sulla formazione. Il 48,9% utilizza welfare e benefici integrativi, mentre il 46,7% indica lavoro agile e flessibilità organizzativa. I programmi di inserimento e affiancamento raccolgono il 35,6% delle risposte.

La formazione assume una funzione che va oltre il reclutamento. In un comparto nel quale il sapere tecnico contribuisce direttamente alla personalizzazione e alla qualità dei prodotti, lo sviluppo delle competenze sostiene sia il ricambio generazionale sia la continuità del vantaggio competitivo.

Imprese familiari e apertura del capitale: prevale la prudenza

La struttura proprietaria conserva una marcata impronta familiare: il 63,3% delle aziende presenta un azionista di maggioranza riconducibile a una famiglia.

Gli organi amministrativi hanno una dimensione mediana di tre componenti e oltre un terzo delle imprese è guidato da un amministratore unico. L’età media dei membri degli organi di amministrazione è di 58 anni. Nei consigli delle società a controllo familiare, gli indipendenti rappresentano il 35% dei componenti.

L’ingresso di nuovi soci viene valutato con cautela. Il 30% delle imprese si dichiara favorevole all’apertura del capitale, il 35% la considera con riserva e un ulteriore 35% la esclude.

Tra le aziende disponibili, il 68,8% esprime una preferenza per investitori industriali e il 50% per fondi di private equity. Le motivazioni principali sono il rafforzamento della struttura finanziaria, indicato dal 53,1%, il sostegno agli investimenti e la crescita tramite acquisizioni, entrambi al 50%.

A orientare la selezione del partner è soprattutto la condivisione di una visione di lungo periodo, prioritaria per l’84,6% delle imprese interessate. Il capitale esterno viene quindi considerato anche per il contributo strategico che può offrire allo sviluppo aziendale.

Le condizioni per crescere nel 2026-2027

Guardando al biennio 2026-2027, l’85,4% delle aziende individua nella stabilità economica globale il principale fattore capace di sostenere lo sviluppo del settore.

Seguono il potenziamento delle infrastrutture e una maggiore disponibilità di forza lavoro, entrambi indicati dal 39,6% delle rispondenti. La riduzione del costo degli input produttivi e del cuneo fiscale sul lavoro raccoglie, in entrambi i casi, il 37,5%. La semplificazione burocratica e l’adozione di soluzioni basate sull’intelligenza artificiale vengono segnalate ciascuna dal 29,2%.

Le prospettive della cantieristica italiana dipendono dunque dall’incontro tra condizioni esterne e capacità organizzativa delle imprese. La stabilità degli scambi sostiene un settore fortemente esportatore; infrastrutture e disponibilità di personale ne accompagnano la capacità produttiva; innovazione e investimenti possono rafforzarne il posizionamento.

Il quadro tracciato dall’Area Studi Mediobanca indica una filiera che ha costruito la propria espansione su competenze, personalizzazione e presenza internazionale. La sfida dei prossimi anni sarà trasformare questi punti di forza in una crescita sostenibile nel tempo, attraverso la formazione delle persone, l’ampliamento dei mercati e scelte di investimento coerenti con una prospettiva di lungo periodo.

 

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